L’antica Pieve di San Giorgio

Il centro storico e il capoluogo attuale

Giunti in fondo alla via del Sile, dalla frazione di Rauscedo passiamo alla frazione San Giorgio capoluogo dell’omonimo comune della Richinvelda. Paese di circa settecento anime, il terzo più popoloso del comune.

Colpisce ai nostri occhi la chiesetta eretta sul lato sinistro e l’attiguo cimitero. Le due strutture chiudono l’angolo di un incrocio a quattro strade. Questo è il centro storico dell’antica pieve di San Giorgio con la “pieve”, ossia la chiesa di S. Nicolò che attorno all’anno Mille costituiva il centro spirituale del territorio e con il “Bosco di Arichis” nome etimologico della “Richinvelda” verde e boscosa, distribuita ai due lati della strada provinciale che continua diritta fino all’abitato del capoluogo.

Una suggestiva immagine della verde Richinvelda

Se dall’incrocio, prendiamo la strada a destra – la via Balin – essa ci porta nell’area boschiva e arabile, la quale sconfina quasi subito nel comune di San Martino al Tagliamento la cui villa, in epoca patriarcale apparteneva alla Plebem San Georgei. Poco più avanti si trova una struttura agrituristica che prende appunto il nome di “Bosco di Arichis”.

Essa è la Richinvelda come l’abbiamo descritta all’inizio del viaggio, ossia come “Rik” “Feld” o “Wald”, terra ricca o privilegiata.

Se invece dopo la chiesetta giriamo immediatamente a sinistra, giungiamo nella località Ciampagnatis che ci porta dove siamo già andati prima, costeggiando il Rio Lino, verso il V.C.R. Research Center nella zona di “Casa 40”.

Qui ci troviamo nel centro storico e religioso di tutta la pieve. In questi prati c’era un tempo una pietra che segnava il confine tra i possedimenti dei signori di Spilimbergo e quelli di Valvasone. Sin dal Trecento, in quel punto, i sacerdoti delle parrocchie di Valvasone, Arzene e San Martino conducevano le rogazioni, intonando prima, ciascuno nella propria zona, i vangeli e le preci e poi giungendo assieme dinanzi ad una pietra posta a confine tra le due giurisdizioni. Ai sacerdoti e ai portatori delle croci venivano offerti un capretto, di una spalla di maiale e del formaggio. Al termine della processione, ai sacerdoti veniva elemosinato un boccale di vino e due pani mentre ai portatori delle croci un boccale di vino e un pane. In questo luogo si trovavano le forche dove i signori di Spilimbergo esercitavano la giustizia tramite l’istituto germanico del “Gericht” la pena di morte.

La chiesa di San Nicolò e il cippo del Beato Bertrando

La chiesetta che abbiamo difronte è dedicata a San Nicolò la cui costruzione è databile tra i secoli XIII e XIV citata nel Glossario del Prampero “1350-juxta ecclesiam S. Nicolai de Richinveldo”.

L’edificio sacro rientra nella storia delle chiesette, cappelle o edicole votive dedicate al culto di un santo o alla Vergine Madre. Era gestita dal Pio Istituto Elemosiniero di S. Nicolò della Richinvelda poi soppresso dal Bonaparte nel 1807 il quale ne confiscò i beni e cedette poi la chiesetta al comune.

Essa fu dedicata a San Niccolò di Myra (località della Licia in Turchia), conosciuto maggiormente come San Nicola di Bari che viene festeggiato il 6 dicembre. San Nicola era vescovo di Myra nel periodo 345-352. Le ossa rimasero nella città turca fino all’anno 1087 quando venne poi trafugato da marinai pugliesi e portato a Bari.

Questa chiesetta è entrata nella storia per un motivo particolare: ossia aver ospitato le spoglie del Beato Bertrando patriarca di Aquileia, il francese Bertrand de Saint Geniès assassinato in un agguato premeditato avvenuto proprio in questa piana il 6 giugno 1350.

Tale chiesetta è composta da un atrio, da un’aula, dal presbiterio e dal sacello dedicato al beato. Originariamente era formata solo dall’atrio, dall’aula e dall’abside semicircolare. Le due finestrelle della parete sud riflettono ancora lo stile romanico perché leggermente strombate all’esterno, così come le pareti esterne di diverso spessore. Il cimitero che circoscrive la chiesa è del 1839. Nel 1950, in occasione del sesto centenario della morte del patriarca, la parte del cimitero a lato della strada venne eliminata e il muro di cinta abbassato. Questo muro subì un’ulteriore modifica nel 1955 quando fu asfaltata la strada.

Con il corso degli anni l’edificio della chiesa di S. Nicolò ha subito diverse modifiche fino ad assumere la forma attuale allungata e modellata dagli archi pensili.

Tra le sue pitture a muro ci rimane il S. Cristoforo e il Bambino risalente al Quattrocento di cui ci rimane un frammento. L’altare in pietra risale al 1497 ed è opera di Giovanni Antonio di Carona “Pilacorte”. È divisa in tre parti da quattro lesene decorate e architravate. Sopra l’ancona si trova una lunetta ad arco ribassato. La lunetta è sormontata dal Padre Eterno benedicente, mentre in essa sono raffigurati i simboli degli Evangelisti. Sull’ancona sono invece scolpite, da sinistra a destra: S. Nicolò, la Madonna col Bambino e S. Fortunato. Sul suo basamento leggiamo la scritta: ODORICVS PVTEVS IOANNES TRANSMONTIVS/ET COLLEGAE DE MAnDATV FRATERNITATIS F.F. OPVS IOANIS/ANTONII PILA CO/HORTIS SPILImBErgensis1/1497/APRILIS.

Sottostante all’altare è il paliotto lapideo datato al 1667. È una lastra decorata a bassorilievo con disegnata una croce inserita entro figure geometriche in rilievo ed è circondata da una fascia decorata di tralci di vite. Esso è opera di un maestro dei Ciotta, famiglia medunese di lapicidi. La navata e il coro sono decorati da scene figurate alternate a figure geometriche e sono opera del pittore udinese Antonio Del Toso la cui realizzazione risale al 1901. Le pareti dell’aula riportano invece due episodi della vita di Bertrando: La carità del Beato Bertrando e l’Uccisione ispirati a delle tavolette medioevali conservate nel Duomo di Udine.

Nella cappella dietro al presbiterio possiamo notare sul pavimento un’area rettangolare delimitata da una cornice lignea indicante il luogo in cui spirò il Patriarca di San Genesio. Si legge l’incisione: “HIC INTERFECTUS FUIT BERTRANDUS PATRIARCA AQUILEJE(NSIS) IN PARTUS VIRGINIS M3L OCTAVO ID JUNII…”. Tale iscrizione, fino al 1950, era collocata sul cippo che anticamente era stato eretto nel prato circostante e proprio sul punto in cui il Patriarca fu colpito a morte. L’iscrizione fu tolta da lì per evitarne l’usura del tempo.

Il cippo dove si verificò l’agguato a Bertrando di Aquileia

L’antico cippo risaliva perlopiù a pochi anni dopo la morte di Bertrando. Una parte dell’iscrizione fu inserita in un obelisco costruito nel 1894 e collocato in luogo del cippo. L’obelisco è in stile neogotico e a forma rettangolare con punta a piramide. Un personaggio importante come il Patriarca del Friuli Bertrando merita un cenno particolare.

La terra del Patriarca: vita e morte di Bertrando di San Genesio

La vicenda di Bertrand de Saint Geniès del suo brutale assassinio per mezzo di un agguato premeditato ha dato una grande notorietà al territorio della Richinvelda. E’ interessante anche conoscere la sua figura religiosa e politica che fu molto importante nella storia del Friuli. È stato giustamente rilevato da P.S. Leicht che Bertrando fu una delle più “grandi e belle figure che ci offrono i patriarchi aquileiesi”. Il sommo prelato fu un vero e proprio sovrano temporale nella storia della piccola Patria del Friuli nei sedici anni in cui detenne il titolo e l’autorità di patriarca.

La figura del principe ecclesiastico o del vescovo-conte risale alla politica dei re tedeschi durante l’alto medioevo, i quali si appoggiarono a vescovi da loro nominati per porre dei limiti all’influenza delle più potenti famiglie nobiliari. Come tali, i patriarchi di Aquileia detennero l’autorità sia religiosa sia temporale dal 1077 fino al 1420.

La Patria del Friuli nacque ufficialmente il 3 aprile 1077, donazione dell’imperatore Enrico IV di Franconia al vescovo Sigeardo per la fedeltà e l’appoggio dimostrato nella lotta delle investiture con papa Gregorio VII, in particolare nella – così passata alla storia – “umiliazione di Canossa”. A Sigeardo venne assegnata la Contea del Friuli con il titolo ducale. I patriarchi di Aquileia, che già da secoli esercitavano l’autorità religiosa sul territorio, nel 1077 ottennero anche l’investitura feudale sul Friuli, che mantennero fino al 1420. In alcuni periodi storici i confini geografici e politici della Patria del Friuli si estesero sino all’Istria, nella Valle del Biois, in Cadore, nella Carinzia, nella Carniola e nella Stiria.

Il patriarca ebbe la sua residenza in diversi abitati della diocesi pur mantenendo sempre il titolo nominalmente ad Aquileia. Il sommo prelato risiedette prima a Cormons (tra il 610 ed il 737), poi a Forum Iulii (l’odierna Cividale del Friuli) e poi, dal 1238, a Udine. La sua corte comprendeva popoli di lingua ed etnia diversi unendo il mondo latino con quello germanico e quello slavo.

La Patria del Friuli, pur costellata da numerosi conflitti interni determinati da una nobiltà riottosa diventò nel corso dei secoli una unità omogenea dotata di un parlamento il quale rappresentava in modo ampio le varie autonomie del territorio: capi delle circoscrizioni feudali, capitoli, prelati, abati di monasteri, comuni.

Bertrand di Saint Geniès (1260?-1350)

Ma guardiamo per un attimo la biografia del Beato. Bertrand nacque a Saint Geniès nel 1260 circa da una nobile famiglia della Dordogna. Fu professore di diritto all’Università di Tolosa e cappellano del papa. Fu elevato a Patriarca di Aquileia il 4 luglio 1334. Arrivò in Friuli all’età di settantaquattro anni ma, uomo dall’indole decisionista e dal carattere forte, aveva già un programma da lui ben pianificato di riforme istituzionali, ecclesiastiche, amministrative e militari. Riorganizzò l’esercito al fine di renderlo pronto ed efficiente per contrastare i feudatari ribelli.

Appena insediatosi sul soglio aquileiese, Bertrando dovette affrontare Rizzardo III da Camino il quale nel mese precedente aveva preso Cavolano presso Sacile. Bertrando sconfisse Rizzardo controllando così anche il Cadore (1336) e Venzone assicurandosi i contatti con il mondo germanico. Nel 1340 si ribellò il conte di Gorizia a cui Bertrando aveva affidato l’avvocazia del patriarcato. Il patriarca saccheggiò Cormons nel goriziano, quindi pose l’assedio a Gorizia e costrinse il conte alla tregua. La messa di Natale fu celebrata dal patriarca e dall’abate di Moggio rivestiti d’armatura. Il fatto si ripeteva tradizionalmente ad Udine (fino al 1848) e poi a Gorizia ed è a tutt’oggi confluito nel rituale della messa dello Spadone.

Il patriarca di San Genesio si mosse sempre con molta diplomazia nei confronti dei potenti vicini, come l’impero d’Austria e la Repubblica di Venezia, senza suscitare in loro gelosie od ostilità. Non si limitò a guerreggiare contro i feudatari disobbedienti e fedifraghi, promosse la cultura e incentivò l’università di Cividale, riformò l’amministrazione del Friuli e stimolò l’arte della lana.

Il 25 gennaio 1348 in Friuli si verificò un fortissimo terremoto che nella sola Carnia produsse più di millecinquecento morti. Il sisma rovinò il Castello di Udine e il palazzo patriarcale; ad Aquileia danneggiò la basilica; altri danni ingenti si registrarono a Pordenone e a Villach. In quello stesso anno si diffuse in tutta Europa una terribile epidemia di peste che decimò l’intera popolazione.

All’età di ottantotto anni, con queste due calamità, il patriarca era oramai troppo vecchio e stanco per affrontare e risolvere ancora i numerosi problemi che la terra del Friuli gli procurava. La sua debolezza fisica e mentale lo costrinse ad appoggiarsi e a favorire taluni potenti e a danneggiare e inimicarsi altri e perciò la schiera dei suoi nemici si ingrossò: i signori di Spilimbergo, di Valvasone, Villalta, Porcia, Colloredo, Castellerio e altri.

I congiurati prepararono l’agguato mortale. Il 6 giugno 1350, il vecchio Patriarca stava facendo ritorno a Udine da Padova, reduce da un concilio del cardinale Guido de Monfort. Doveva attraversare il Tagliamento presso il guado di S. Odorico. Quando giunse alla piana della Richinvelda la sua scorta fu assalita dai congiurati che lo colpirono a morte – e qualcuno suggerì che forse l’agguato era andato al di là delle previsioni. Bertrando, colpito a morte, spirò nella chiesetta di S. Nicolò. Nel Chronacon Spilimbergense è riportata una voce che affermò che Bertrando fu avvisato del complotto ordito contro di lui ma che volle ugualmente proseguire nel suo viaggio per immolarsi in un sacrificio per Cristo e per la chiesa di Dio. Quale triste e infame epilogo di una cruenta vicenda, la sua salma fu portata a Udine su un carro per contadini e, in segno di dileggio, scortato da due donne di malaffare, come il Cristo in mezzo ai ladroni.

La salma di Bertando conservata nel Duomo di Udine

Sembra che la pugnalata mortale sia stata inferta da un Villalta. La leggenda popolare della Richinvelda attribuisce invece la morte agli Spilimbergo. Permane tuttora presso gli abitanti della Richinvelda l’uso di appellare gli spilimberghesi con il nomignolo “beltramini” da Beltràm in friulano. Bertrando di Aquileia fu beatificato da papa Clemente XIII nel 1760. Per la sua biografia e per il suo tragico e cruento epilogo è diventato uno dei simboli della storia della Patria del Friuli. A San Giorgio della Richinvelda è tuttora ricordato con la S. Messa che si celebra il 6 giugno di ogni anno presso la chiesetta di S. Nicolò con una processione davanti all’obelisco collocato nel luogo dell’agguato.

L’obelisco, la S. Messa e la processione per il Beato Bertrando

Dopo qualche anno dalla morte di Bertrando, nel luogo dell’agguato fu collocato un cippo e una tavoletta con su incisa un’iscrizione commemorativa trasferita poi nella cappella della chiesetta nel secolo scorso.

Il 1° agosto 1894 su volontà del sacerdote don Carlo Riva, segretario di monsignor Pietro Zamburlini vescovo di Concordia e poi arcivescovo di Udine, fu collocato un obelisco in sostituzione del vecchio cippo. Sull’obelisco fu scolpita un’epigrafe dettata dal sacerdote don Antonio Perosa di Portogruaro.

Il cippo

Essa così recita:

Il Beato Bertrando di S. Genesio / di nazionalità francese / già decano dei canonici d’Angoulème / poi uditore pontificio in Avignone / da ultimo patriarca di Aquileia / uomo insigne per pietà, saggezza e bontà d’animo / strenuo difensore dei diritti della sua Chiesa / qui uomini faziosi / ribelli a lui pastore e principe / di ritorno dal concilio di Padova / barbaramente colpirono a morte con cinque ferite / il 6 giugno 1350 / mentre gli fioriva sul labbro la preghiera per i suoi nemici. /… Affinché la memoria di questo luogo / celebre per quel nobile sangue / non venisse mai meno /persone devote nell’anno 1895 / questo monumento eressero“.

A Udine, in suo onore, si celebrava un tempo la festa dei fiori dei bambini e la cittadinanza il giorno 6 di giugno accorreva in chiesa per festeggiare con funzioni e riti e sotto la loggia municipale con canti e balli. A San Giorgio della Richinvelda si compivano funzioni e così accade tuttora ogni 6 giugno. Nel territorio della Richinvelda si credeva, e forse si crede ancora oggi – che toccare l’obelisco comporti la guarigione da molte malattie.

Santa Messa in ricordo dell’uccisione di Bertrando

La S. Messa si svolge all’aperto e in mezzo al prato erboso dal quale si intravede da lontano in mezzo ai folti alberi l’obelisco. La cerimonia viene accompagnata dal coro e da una banda musicale. Al termine della funzione si forma il corteo per la processione fino al cippo commemorativo e ci si ferma per una breve preghiera. I fedeli accorrono numerosi da San Giorgio e dai paesi vicini assieme alle autorità locali con stendardi e gonfaloni.

Dopodiché il corteo dei fedeli si sposta verso la chiesetta. All’interno della chiesa vengono intonati canti in latino e in friulano e dove si svolgono antichi gesti devozionali ispirati alla credenza popolare sulle autentiche virtù taumaturgiche che conferiva la salma del Vescovo Bertrando. I fedeli passano un fazzoletto sul punto dove Bertrando spirò e si tergono il viso, ripetendo un gesto antichissimo che, secondo la tradizione, dovrebbe proteggerli dalle malattie della pelle.

La processione

Il centro del paese

Lasciamo ora queste tre preziose vestigia della storia del territorio e continuiamo a percorre la strada provinciale verso nord-est per inoltrarci nel capoluogo. Dal centro di San Giorgio ci separa circa un chilometro e mezzo di tragitto.

Lasciamo alle nostre spalle la chiesetta a sinistra, superiamo un leggero dosso che è formato dalla Strada Provinciale. Alla nostra destra incontriamo la sede della Vitis Rauscedo, seconda grande azienda viti-vinicola del comune produttrice della barbatella. Difronte ad essa, e divisa dalla via Balin, vi è la sua distesa di terra che un tempo era proprietà della nobile famiglia Pecile. Tutta quest’area alla nostra destra è quella già accennata come il “grembo” della Richinvelda, della verde e boscosa terra che ha dato il nome all’attuale comune. Proseguiamo e, scendendo dal rilievo della strada, notiamo alla nostra sinistra la piccola zona artigianale e industriale del comune. La prima azienda visibile dalla strada è il Circolo Agrario Cooperativo, consorzio costituitosi per la vendita di sementi, attrezzature e accessori per l’agricoltura e il giardinaggio.

Proseguiamo ancora diritti fino ad arrivare a San Giorgio paese e ci addentiamo subito nel centro del capoluogo. A destra vediamo la sede municipale con dirimpetto un distributore di benzina e ai lati una farmacia e una sede della Friulovest Banca. Dopo il municipio, sul suo lato alla destra della provinciale c’è il Bar Sport. Questi edifici offrono un’immagine idonea del “centro” vitale, attivo e quotidiano del paese-capoluogo con le loro attività, l’ampio parcheggio per le autovetture con la vecchia cabina del telefono e la Casetta dell’acqua, e poi su questa strada – che da via Richinvelda muta in via Roma dopo la curva all’altezza della chiesa – il salone del parrucchiere, un lavasecco, un negozio di ortofrutta, un panificio, uno negozio di alimentari, un dentista e altre libere professioni. La via è stata battezzata così per ordine del governo italiano il 16 ottobre 1931 al fine di dedicare il nome di una via non secondaria alla Città Eterna. Aggiungiamo anche l’ufficio postale che si trova oltre, nel coacervo della piazza Beato Bertrando, cento storico di San Giorgio e della sua antichissima pieve che ora visiteremo.

Il centro del capoluogo di San Giorgio della Richinvelda

L’antica pieve di San Giorgio di Cosa

Il centro storico di San Giorgio è costituito dalla piazza dedicata al patriarca Bertrando e presenta due imponenti edifici: la chiesa di S. Giorgio Martire e il Palazzo Leoni-Pecile. Vediamone in breve la storia del territorio, appena accennata nell’introduzione al viaggio, approfondendola più avanti parlando dell’epoca moderna, dall’autonomia municipale sino ai giorni nostri.

Questo territorio era già abitato sin dall’epoca romana poiché era percorso da una strada chiamata “Giulia” o “Germanica” e, come abbiamo detto nell’introduzione, si notano in questo territorio delimitato dai tre corsi d’acqua (Meduna, Cosa, Tagliamento) le tracce dell’antica centuriazione romana, oltreché alla scoperta di numerosi reperti nelle frazioni di Provesano, Gradisca e quella più importante nella vicina Arzene nel 1996.

La popolazione si consolidò probabilmente nel periodo dalla dominazione longobarda (568-774 d. C.). La Plebem S. Georgei è stata per la prima volta citata nel 1186 da papa Urbano III. In tale documento il pontefice riconosceva al vescovo di Concordia Gionata la giurisdizione spirituale su quaranta pievi, tra la quali anche quella di San Giorgio. Nel 1169 la pieve venne annessa alla mensa capitolare di Concordia. La pieve di San Giorgio appartenne al Patriarcato di Aquileia forse sin dal 996 con il diploma dell’imperatore Ottone III.

La Richinvelda fu una grande unità ecclesiastica ma anche una grande unità territoriale comitale della Marca friulana. Taluni storici ritengono che la pieve fosse ancora più antica, del V o VI secolo, ossia prima della calata dei Longobardi. Non sappiamo ancora oggi se la matrice della pieve antica sorgesse nel luogo dell’attuale dedicata a San Giorgio oppure in un’altra località. Prendendo come riferimento il suo nome completo come lo apprendiamo dalla dizione medioevale “plebis Sancti Georgii que dicitur Plebs de Cosa” possiamo supporre che la pieve prenda il nome dal vicino villaggio di Cosa o dall’omonimo torrente che scorre poco lontano. Il nome San Giorgio fu assegnato, si può presumere, per spostare la sede della pieve in un luogo più comodo e centrale rispetto all’intero territorio. Oppure possiamo supporre che il nome San Giorgio fu dato in seguito all’affermarsi e al diffondersi nelle campagne del culto di San Giorgio attorno al VIII secolo. Sembra che a San Giorgio ci fosse il centro della giurisdizione religiosa e a Cosa il centro della giurisdizione laica.

Piazza Beato Bertrando oggi

I nobili titolari del più vecchio casato potrebbero esser stati Ulricus Ulfcherus e Olvradus de Cosa su documenti del 1164. Ma il primo documento, invece, che attesta una giurisdizione civile sul territorio e sulla popolazione risale al 1281 quando il nobile Giovanni di Zuccola ottenne l’investitura feudale del territorio della Richinvelda, in seguito alla rinuncia di Walterpertoldo di Spilimbergo.

Gli Spilimbergo erano di origine germanica (Spengenberg) e nel parlamento del Friuli avevano incarichi ministeriali. Essi erano pincernae et canipari del Patriarca, ossia coppieri e cantinieri che avevano il compito di mescolare il vino al patriarca al primo calice e ne erano custodi della cantina. Alla fine del Duecento, Walterpertoldo di Spilimbergo era rimasto privo di eredi maschi e perciò adottò suo genero Giovanni di Zuccola, marito della figlia Fiore, dando inizio alla famiglia Spilimbergo-Zuccola.

L’antico centro del Bosco di Arichis, “cuore” storico della Richinvelda

Prima dell’infeudazione degli Spilimbergo esisteva nel territorio della Richinvelda un potere comitale autonomo del quale esistono ancora molte tracce. Come abbiamo già detto all’inizio del viaggio, il termine “Richinvelda” significa anche “terra privilegiata” e tale privilegio si rileva da molti aspetti e consuetudini antiche.

Uno di tali privilegi era lo jus sanguinis, ossia il diritto, di origine germanica, di giudicare con la pena del sangue su tutti i feudi spilimberghesi da parte dei giurati della Pieve di Cosa. Inoltre la giurisdizione sui crimini peggiori veniva esercitata solo nel territorio della Pieve a San Giorgio sotto una grande quercia allora esistente. I giurati avevano l’obbligo di emettere sentenza e di eleggere i propri successori. Essi venivano nominati dai vari decani delle frazioni e una volta assunta la carica di giurati avevano l’obbligo di presenziare ai processi pena un’ammenda pecuniaria da pagarsi con denari aquileiesi e con una serie di punizioni corporali. Un secondo era lo jus pascendi, il diritto al pascolo di pecore e armenti nei letti del Meduna e del Tagliamento e fino ai prati attigui al villaggio di Sequals.

La giurisdizione ecclesiastica dell’antica pieve di San Giorgio comprendeva quindici parrocchie: Pozzo, Aurava, Cosa, Provesano, Barbeano, Gradisca, Rauscedo, Domanins, San Martino, Arzene, Valvasone, Rivis, Turrida, Grions, Redenzicco. Queste ultime quattro erano situate (così come oggi) al di là del Tagliamento.  L’importanza che ebbe questa grande circoscrizione ecclesiastica la si evince anche dal fatto che quattro parrocchie si trovavano al di là di un grande fiume e quale enclave di una diocesi più grande di quella di Concordia e tale fatto è considerato dagli storici come del tutto eccezionale.

Questa unità civile ed ecclesiastica rimase tale fino al XIV secolo. La “Grande Richinvelda” estesa alle quindici parrocchie e ville subì una prima frantumazione nell’ambito civile nel Trecento. Conosciamo da un documento che il 3 febbraio 1332 sanciva una situazione che si era creata da accordi precedenti tra i signori di Spilimbergo e i signori di Valvasone per stabilire i confini dei loro feudi all’interno del territorio della pieve. Con questo accordo formale e definitivo, i Valvason detennero l’autorità civile “signorile” sulle ville di Valvasone, Arzene, San Martino e su Postoncicco e Arzenutto, località di San Martino. Il resto dei territori della pieve rimase sotto la giurisdizione dei signori di Spilimbergo.

Il bosco della Richinvelda

Una seconda frammentazione si ebbe per quanto riguarda la giurisdizione ecclesiastica della pieve. Siamo sempre nello stesso secolo, nel 1392 Provesano diventò parrocchia autonoma staccandosi da San Giorgio. Tale fu la parrocchia devota a San Leonardo. E nel 1479 fu la volta di Domanins a staccarsi dalla matrice e a costituire la parrocchia di San Michele Arcangelo.

Fin dall’epoca signorile esistevano i consigli delle comunità rurali che ricalcavano un po’ il vecchio modello dell’epoca comunale. Tali consessi periodici, le vicinie erano formati dai capifamiglia che al suono della campana accorrevano nel centro della villa e – da tradizione – si riunivano spesso sotto un grande albero, discutendo e decidendo sulle più svariate questioni di interesse generale. Furono questi i primi nuclei della parochia, detta anche communitas o universitas, dal cui nome nacquero poi le moderne parrocchie (nello stemma di Valvasone si nota la doppia V latina quale acronimo di Vniversitas Valvasonis). Le vicinie erano presiedute da un sindico, chiamato anche podestà, meriga o degan.

Le vicinie portarono ad una proliferazione dei comuni che iniziarono a coincidere con ogni paese o villa. Tale fenomeno portò anche alla frantumazione dell’unità religiosa delle antiche pievi. Ogni villa pretendeva la propria autonomia dalla matrice. L’unità parrocchiale si frantumò progressivamente tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Dalla matrice di San Giorgio Martire si staccò Rauscedo nel 1894 diventando Curazia Indipendente e parrocchia solo nel 1957; Aurava divenne curazia nel 1902 e fu elevata a parrocchia nel 1960 e nel 1986 unita a quella di Pozzo; Pozzo diventò curazia dal 1910 e parrocchia nel 1956 poi unitasi ad Aurava nel 1986; infine Cosa curazia dal 1912 e parrocchia nel 1956, unita a Provesano nel 1986.

La chiesa di S. Giorgio Martire, matrice della pieve antica

Elemento centrale della piazza Beato Bertrando e maggior testimone della pieve antica è la chiesa parrocchiale dedicata alla figura di San Giorgio Martire. Un’epigrafe collocata nella lesena della facciata sud della chiesa porta questa scritta: “Eretta nel IX secolo/questa matrice/venne ricostruita/in sul finire del XIX secolo”.

Chiesa di S. Giorgio Martire

La chiesa, matrice della plebs risale al IX secolo, rifatta e ampliata nel XV secolo. Porta la data del 1424 il terzo archetto sottogronda sud in prossimità del campanile. L’11 ottobre 1537 venne consacrata dal vescovo di Caorle Daniele De Rubeis. In questo secolo è stato esteso il coro con l’aggiunta dell’abside.

La struttura attuale è stata costruita, su rifacimento di quella vecchia, su progetto di Girolamo D’Aronco di Gemona e modificata da Antonio Pontini da Udine, nel periodo che va dal 1885 al 1898. Gli affreschi interni sono opera di Francesco Barazzutti di Gemona e la statua in cartapesta di San Giorgio a cavallo è dei primi anni del XX secolo.

Sulle pareti della navata centrale il pittore gemonese dipinse Angeli con cartigli riportanti versetti in latino dei Salmi e dei Vangeli; l’Angelo apocalittico simbolo di Cristo redentore; sotto il cornicione, negli archetti pensili sono dipinte immagini riguardanti il Cristo uomo alternati a motivi decorativi.

Nelle lunette sopra le porte laterali vi sono le raffigurazioni di S. Paolo con la spada e S. Rocco di Montpellier, protettore contro la peste. Sull’arco trionfale è dipinto il Cristo benedicente e sotto l’arco ci sono i due Angeli con i cartigli. Nell’arco dell’abside invece abbiamo due affreschi: la Maddalena penitente e l’Educazione della Vergine.

La facciata è costituita da un rosone centrale circondato da due finestre laterali. Gli spioventi sono decorati da archetti pensili e sovrastati da una croce e due pinnacoli laterali.

Nella lunetta del portale è raffigurato San Giorgio a cavallo che uccide il drago a simboleggiare la vittoria della fede sulle forze del male. Nella porta laterale, la quale un tempo costituiva l’ingresso principale, si trova un rilievo nella lunetta, risalente al Cinquecento, con la raffigurazione del santo, opera di scultori lombardi.

Lato della parrocchiale con il campanile

L’aula della chiesa è di modesta ampiezza. È costituita da una navata centrale a capriate e due navatelle laterali. Il presbiterio è accolto da un arco trionfale e da tre gradini, termina con la volta a crociera ed è illuminato da due finestrelle laterali attorniate da un coro ligneo.

Fonte battesimale

Il fonte battesimale è del 1589 mentre la copertura lignea e la statua di S. Giovanni Battista posta di sopra sono di epoca posteriore. Del XVI secolo sono anche le due acquasantiere della porta di ingresso e della laterale sud mentre è del XVII l’acquasantiera posta all’ingresso laterale nord.

L’altare maggiore

Del XVII secolo è anche l’altare maggiore mentre il tabernacolo in marmo policromo è del 1787 come il paliotto anch’esso in marmo e costituito da diverse tipologie e colori. Ai lati dell’altare, nella seconda metà del XX secolo sono state aggiunte la statua di S. Giovanni Battista e la statua di Santa Lucia.

Nelle piccole navate vi sono tre altari: a destra dedicato a San Giorgio in lotta con il drago della prima metà del Novecento; a sinistra un altro dedicato alla Madonna del Rosario del Settecento; difronte a quest’ultimo un terzo altare dedicato a San Giuseppe, ricostruito nella prima metà del Novecento.

San Giuseppe

Del periodo post-gotico ci rimane il presbiterio quadrato, la crociera con la chiave e le nervature e il portale laterale opera dei lapicidi di Meduno del XVI secolo.

Il soffitto del presbiterio è formato da quattro vele: San Giorgio martire e patrono, Santo Stefano primo martire della chiesa cristiana, Sant’Isidoro agricoltore, il Vescovo Bertrando con alle spalle la chiesetta di S. Nicolò e il cippo commemorativo della sua uccisione. Accanto al Beato è raffigurato un putto che brandisce due stemmi: con la mano sinistra quello patriarcale di Aquileia, aquila d’oro su campo azzurro; con la destra quello della casata dei Saint-Geniés. La colomba in cima all’abside rappresenta lo Spirito Santo. La chiesa è dotata di un organo costruito da Beniamino Zanin esponente della famosa scuola di Camino di Codroipo.

Nel prato antistante esisteva un tempo l’antica quercia sotto la quale si teneva l’attività giudiziaria con i processi e l’esecuzione delle condanne, con l’impiccagione e la decapitazione. Inoltre, davanti a questo sacro albero secolare prestavano giuramento i nobili signori di Spilimbergo e Zuccola come atto di assunzione della potestà civile sui territori della pieve. E come tale segno di ricevimento, proprio qui davanti Giovanni di Zuccola strappò una foglia dalla quercia.

La figura di San Giorgio tra leggenda e realtà

San Giorgio martire viene onorato, almeno dal IV secolo, come martire di Cristo in ogni parte della chiesa. La festa liturgica si celebra il 23 aprile e la sua memoria è celebrata in questo giorno anche nei riti siro e bizantino.

San Giorgio che uccide il drago

Chi era San Giorgio come uomo e come santo? Giorgio, il cui nome di origine greca significa “agricoltore”, nasce nella Cappadocia verso il 280 da una famiglia cristiana. Trasferitosi in Palestina si arruola nell’esercito di Diocleziano. Quando, nel 303, l’imperatore emana l’editto di persecuzione contro i cristiani, Giorgio dona tutti i suoi beni ai poveri e, davanti allo stesso Diocleziano, strappa il documento e professa la sua fede in Cristo, per questo subisce terribili torture e alla fine viene decapitato sul luogo della sepoltura a Lidda o sotto le mura di Nicomedia come sostengono altri. Lidda fu un tempo capitale della Palestina e ora è città israeliana nei pressi di Tel Aviv. Venne eretta poco dopo una basilica i cui resti sono ancora visibili.

Tra i documenti più antichi che attestano l’esistenza di San Giorgio vi è un’epigrafe greca del 368 rinvenuta ad Eraclea di Betania in cui si parla della “casa o chiesa dei santi e trionfanti martiri Giorgio e compagni”. La vita di Giorgio è descritta nella Passio Sancti Georgii e in altre narrazioni agiografiche successive. Innumerevoli e fantasiosi sono i racconti fioriti intorno alla figura di san Giorgio, fino all’episodio del drago e della fanciulla salvata dal santo che risale al periodo delle crociate. In esso si narra che nella città di Selem in Libia, vi era un grande stagno dove viveva un terribile drago. Per placarlo gli abitanti gli offrivano due pecore al giorno e più avanti una pecora e un giovane tirato a sorte. Un giorno fu estratta la figlia del re e, mentre la ragazza si avviava verso lo stagno, passò di lì Giorgio che trafisse il drago con la sua lancia. Un gesto che diventerà nei secoli simbolo della fede che trionfa sul male.

In epoca crociata, i soldati di Cristo contribuirono molto a trasformare la figura di san Giorgio martire in santo guerriero volendo simboleggiare l’uccisione del drago come la sconfitta dell’Islam. Re Riccardo Cuor di Leone lo invocò come protettore di tutti i combattenti. Con i Normanni il suo culto si radicò fortemente in Inghilterra dove, nel 1348, re Edoardo III istituì l’Ordine dei Cavalieri di san Giorgio. In tutto il Medioevo la sua figura divenne oggetto di una letteratura epica che gareggiava con i cicli bretone e carolingio.

San Giorgio è considerato il patrono dei cavalieri, dei soldati, degli scout, degli schermitori, degli arcieri; inoltre è invocato contro la peste e la lebbra, e contro i serpenti velenosi. San Giorgio occupa anche un posto nell’agiografia islamica che gli dà il titolo onorevole di Profeta.

In mancanza di notizie certe sulla sua vita, nel 1969 la Chiesa declassò la festa liturgica di san Giorgio a memoria facoltativa non intaccando però il culto a lui dedicato. Le reliquie del santo si trovano in diversi luoghi del mondo: a Roma la chiesa di S. Giorgio al Velabro ne custodisce il cranio per volontà di papa Zaccaria.

Come nel caso di altri santi avvolti nella leggenda così anche per san Giorgio si potrebbe concludere che la sua funzione storica è quella di ricordare al mondo l’idea fondamentale che il bene a lungo andare vince sempre sul male. La lotta contro il male è una dimensione sempre presente nella storia umana e questa battaglia non si vince da soli ma con l’azione di Dio.

La parrocchia di Domanins che si staccò dall’antica pieve nel 1479 è dedicata a San Michele Arcangelo. Secondo diversi studiosi, San Giorgio e San Michele sono eredi dell’immagine di un eroe radioso che uccide un drago, parte della fase solare del mito della creazione, il cui archetipo fu il dio babilonese Marduk.

Balza alla mente anche l’accostamento di “Giorgio” agricoltore con lo sviluppo economico legato all’agricoltura che il territorio di San Giorgio ebbe nei secoli a venire. La fortunata terra delle “Radici del vino” nacque dagli studi e dagli sforzi fatti da personaggi come i Pecile e dal vivaismo viti-vinicolo così diffuso fra la popolazione delle sette frazioni che la compongono, fra le quali spicca in modo particolare Rauscedo con la barbatella.

Il Comune moderno

Con l’avvento di Napoleone cessò definitivamente il regime feudale e quindi anche i diritti e privilegi degli Spilimbergo che da quel momento i poi non esercitarono più la giurisdizione civile e criminale. Il Trattato di Campoformio del 17 ottobre 1797 consegnò il Friuli e il Veneto all’Austria asburgica.

Il Municipo

In epoca napoleonica si assiste ad un ulteriore smembramento delle pievi la quale portò, con il passare dei decenni, alla nascita del comune moderno. Con il 1806, anno dell’apogeo del Bonaparte e del suo Impero dopo la vittoria ad Austerlitz e la pace di Presburgo del 26 dicembre 1805, la terra del Friuli ritornò in possesso della Francia e l’imperatore suddivise il territorio in dipartimenti, distretti, cantoni e comuni. San Giorgio appartenne al dipartimento della Destra Tagliamento con capoluogo Treviso, distretto di Spilimbergo, cantone di Valvasone, comune con sede propria a San Giorgio. Con decreto del 28 giugno 1810 il comune di San Giorgio (detto “Al Tagliamento”) comprendeva gli attuali sette paesi più Gradisca.

Dopo la sconfitta di Waterloo del 18 giugno 1815 e la fine politica di Napoleone, il Friuli tornò nelle mani austriache. Siamo nel 1816 e l’impero degli Asburgo creò il Regno Lombardo-Veneto con le capitali a Milano e a Venezia. All’interno del regno si formò la Provincia del Friuli con capoluogo Udine e nello stesso anno nacque il comune di San Giorgio della Richinvelda con cinque frazioni: il capoluogo San Giorgio, Pozzo, Aurava, Rauscedo e Domanins. Provesano e Cosa appartenevano al comune di Barbeano. Nel 1818 esso fu smembrato e incorporato nel comune di Spilimbergo. Cosa entrò a far parte di San Giorgio mentre Provesano andò sotto Spilimbergo. Ciò rimase invariato fino al 14 ottobre 1871 quando la frazione di Provesano scelse con un referendum popolare di entrare a far parte di San Giorgio della Richinvelda.

I sindaci dal dopoguerra ad oggi sono stati tredici più un commissario prefettizio. In ordine cronologico:

Basilio Chinamaggio-luglio 1945 
Giovanni Bisarosettembre ’45 – aprile ‘46 
Marco Zanettiaprile ’46 – febbraio ‘47 
Rino Secco1947-1951 
Giovanni Del Pozzo1951-1956 
Alberto Zanetti1956-1962 
Lorenzo Ronzani1962-1969 
Giuseppe Donda1969-1970 
Lorenzo Ronzani1970-1990 
Giancarlo D’Angelo1990-1991 
Luigi Santarossa1991-1994 
Antonio Castelli (comm. pref.)marzo-novembre 1994 
Sergio Covre1994-2003 
Anna Maria Papais2003-2013 
Michele Leon2013-2023 
   

Il Palazzo Leoni-Pecile

Questo è il palazzo nobiliare che incontriamo nella piazza del paese affacciantesi a est dell’ingresso principale della chiesa di S. Giorgio, posto alla sinistra dell’entrata della canonica.

Palazzo Leoni-Pecile

La costruzione di questo edificio risale al Settecento e fu opera della nobile famiglia veneziana dei Leoni. Questa illustre famiglia risiedeva nel capoluogo della Serenissima fin dal Cinquecento. Giovanni Battista Leoni ottenne il titolo di Marchese di S. Gallo di Moggio e in seguito a questo onorevole conferimento decise di trasferirsi in Friuli.

Nel 1841, la famiglia Leoni si estinse e la sontuosa villa fu acquistata dieci anni dopo da Gabriele Luigi Pecile, noto agronomo e politico friulano (fu senatore del Regno d’Italia e sindaco di Udine) che insediò la sua azienda nella villa Leoni dandola col passare del tempo in gestione al figlio Domenico, altro personaggio illustre della vita politica ed economica di tutti il Friuli tra l’Ottocento e il Novecento.

Il palazzo nel centro del capoluogo, accanto all’ufficio postale

L’azienda si ingrandì con innovazioni e sperimentazioni tecnico-agrarie frutto degli studi e dalle intuizioni di Gabriele Luigi. Si ingrandì quindi anche il complesso edilizio per accogliere e supportare le maggiori esigenze dell’azienda. All’interno del cortile si trovano la barchessa a nord dedicata alle abitazioni dei coloni e dei braccianti, la barchessa a ovest per l’attività amministrativa e agricola, e infine, una cappella accessibile anche dall’esterno del muro di cinta il cui ingresso si affaccia direttamente sulla strada pubblica.

Nel coacervo della villa vi sono, davanti, le aiuole divise da percorsi pedonali, sul retro un grande giardino in cui un tempo c’era un orto e numerose piante ed essenze.

S. S. Trinità

La chiesetta dedicata alla S. S. Trinità risale al 1732, costruita dalla famiglia Leoni il cui stemma nobiliare campeggia al centro del timpano. È costituita da un’aula esagonale e da un presbiterio rettangolare. La torretta campanaria è a quattro bifore e il pavimento interno è alla veneziana. Al suo interno spicca la pala marmorea della Trinità di Giuseppe Torretti (1661-1743) grande artista veneto che realizzò l’unica pala sulla Trinità esistente in Friuli.

La pala mostra le immagini del Cristo e del Padreterno collocate su assi divergenti e, sopra di loro, vola la colomba dello Spirito Santo da cui si dipartono i raggi. L’intera immagine è contornata da nuvole e da angeli, con una cornice in marmo giallo e la raggiera dorata.

Villa Pecile è di proprietà privata, appartenente ai discendenti. Essa non è aperta al pubblico. Nel 2003 diventò il fulcro delle edizioni delle “radici del vino”. I primi convegni si tennero in questa sontuosa villa così come i rinfreschi preparati nel grande giardino antistante l’edificio.

Il centro culturale e sportivo

Visitiamo ora gli altri edifici del capoluogo.

Dietro la piazza Beato Bertrando troviamo la sede della vecchia Biblioteca popolare. Sempre nell’ambito della piazza ma dal lato opposto sulla via Richinvelda si trova la sede della Friulovest Banca – sede centrale e filiale d San Giorgio cui aveva fatto seguito la filiale di Rauscedo nel 2001 nel vecchio stabile dei V.C.R. come abbiamo già incontrato nel nostro percorso. Sull’istituto di credito sangiorgino ci soffermeremo dopo dedicando una parte del viaggio, data la sua enorme importanza per la storia economica del territorio. Ci limitiamo qui solo ad apprendere che la Friulovest è la trasformazione o l’evoluzione – che dir si voglia – della Cassa Rurale di Prestiti, primo e originario istituto bancario autoctono di San Giorgio fondato nel 1891, divenuto poi la Cassa Rurale ed Artigiana di San Giorgio e Meduno, il Banca di Credito Cooperativo di San Giorgio e Meduno per poi mutare in Friulovest Banca nel 2012.

Sala del Littorio

L’edificio della banca percorre la curva tra via Richinvelda e piazza Beato Bertrando. Proseguendo sulla via Roma, nel suo lato sinistro troviamo il negozio di ortofrutta e il lavasecco. Esattamente difronte, dall’altro lato della strada spicca all’osservatore un vecchio edificio degli anni trenta completamente ristrutturato. Esso era all’epoca sede della Latteria Sociale Turnaria e poi la Sala del Littorio, luogo della sede del Partito Nazionale Fascista e della sua direzione politica e amministrativa. Ora è sede di uno studio dentistico e al primo piano vi è un’abitazione. Oltre, abbiamo l’edificio che ospitava un ex negozio di alimentari.

La Biblioteca civica e la sede delle associazioni

Spostiamo lo sguardo di nuovo a sinistra, dove l’incrocio semaforico fa angolo tra la via Roma e la via della Colonia e vediamo un grande giardino alberato con un piccolo parco giochi per bambini co al suo interno un edificio anni venti con portico a scalinata, sorretto da colonne corinzie. Dall’altro lato della via a fare angolo con la via Roma vi è un’edicola, la quale chiude e completa il centro vitale e quotidiano del paese.

La Biblioteca civica

Fermiamoci a questo caratteristico edificio nel mezzo del parco giardino. Essa è la Biblioteca civica la quale alle origini era la sede dell’asilo infantile fondato dal cavalier Luchino Luchini e che in epoca fascista fu la sede delle molte attività sociali e giovanili del regime fascista come il Doposcuola, Dopolavoro, l’Opera Nazione Balilla e poi la G.I.L., i Fasci femminili, l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia e poi anche del mercato del bestiame. Oggi è una biblioteca munita di un auditorium per le conferenze ed è sede delle associazioni come la Pro Loco San Giorgio della Richinvelda, l’Associazione musicale Bertrando di Aquileia, il Gruppo Genitori “Insieme per crescere”, San Giorgio Insieme.

Nel parco giardino sono state collocate le lapidi dei caduti nella Grande Guerra accompagnate da un’asta alzabandiera per le cerimonie di rito. Sul muro frontale dell’edificio è collocata un’iscrizione con i nomi dei caduti di tutte le guerre.

Era questo l’Asilo-Monumento sulla cui parete frontale è stata murata una lapide con sovrascritte le seguenti parole:

COME CURO’ IL BUON SEME / NEL SOLCO PROFONDO DELLA TERRA / LUCHINO LUCHINI / VOLLE / NEL CUORE DELLE NUOVE GENERAZIONI / LUCE DI BONTA’ / GIOIA DI LAVORO / ALTO ESEMPIO INDIMENTICATO / EGLI STESSO / DI UMANE VIRTU’ / IN QUESTO GIARDINO D’ INFANZIA / SORTO COL SUO CONTRIBUTO / SIA BENEDETTA LA SUA MEMORIA / DALLE ANIME SEMPLICI / CH’EGLI AMAVA

Sull’Asilo e su questo noto personaggio, il cavalier Luchino Luchini, dedicheremo un’altra parte del viaggio per presentare tutte le sue innumerevoli opere che ancora oggi permangono e che sono state indispensabili per la crescita economica, sociale e culturale delle comunità di San Giorgio della Richinvelda.

Accanto alle pietre in memoria dei caduti in guerra è stata collocata una scultura. E’ stata donata dalla sezione A.F.D.S. di San Giorgio, in occasione delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario di fondazione. Domenica 7 ottobre 2013 il sodalizio ha inaugurato il proprio monumento: la statua del Pellicano simbolo della benemerita Associazione Friulana dei Donatori di Sangue, opera realizzata dall’artista Alfredo Pecile di Provesano.

Il Monumento ai donatori di sangue, 2013

Giunti in questo luogo, è doveroso un cenno sull’Associazione Friulana dei Donatori di Sangue di San Giorgio. La sezione comunale si costituì il 24 maggio 1963 durante un’assemblea tenutasi nella sala consigliare del municipio. Due giorni dopo, il 26 maggio il nuovo sodalizio delle sette frazioni della Richinvelda celebrò la sua nascita con cerimonia solenne e festeggiò l’evento con un pranzo e un congresso preparati nella sala dei Vivai Cooperativi di Rauscedo, all’epoca, come abbiamo già visto, siti in via Poligono dove ora si trova il piccolo centro commerciale del paese con la filiale della Friulovest Banca. E la festa si svolse in concomitanza con la rinomata sagra enologica di Rauscedo – la sagra del vino – che all’epoca ancora si teneva.

Il gruppo dei donatori della Richinvelda faceva parte della sezione di Spilimbergo dell’A.F.D.S. Udine appartenente al Circondario della Destra Tagliamento. Essa aveva raccolto i volontari che nell’immediato dopoguerra donavano il proprio sangue con l’A.V.I.S. (nella sezione di Spilimbergo che si formò nel 1957) e poi con l’A.F.D.S. Udine dopo la sua nascita nell’ottobre del 1958.

Il primo presidente fu il dottor Mario Pollastri, enotecnico della Cantina Sociale di Rauscedo. Il consiglio direttivo era composto dal vicepresidente Alberto Zanetti, dai consiglieri Sante Lenarduzzi, Siro Pasquin, Dionisio Fanello, Sante Bratti, Rinaldo Volpatti, dal segretario Pietro Pasutto e dal tesoriere Angelo Gei.

In quel 1963 il labaro della neonata sezione di San Giorgio della Richinvelda si presentò per la prima volta al congresso regionale di Tricesimo ottenendo la medaglia d’oro e diverse citazioni di onore negli anni successivi. Nel 1968 la sezione comunale subì la prima scissione di Domanins e nel 1969 la seconda con Rauscedo.

Il Monumento ai caduti

In questo giardino vengono officiate le cerimonie a ricordo dei principali eventi della storia patria, le guerre, le commemorazioni dei caduti, la nascita della Repubblica e assieme ad essa la nascita e la promulgazione della Costituzione. Come tutti i paesi di Italia, anche San Giorgio ha avuto i suoi caduti nelle guerre moderne, i deportati, i rifugiati e le storie particolari di soldati, civili e famiglie. Il monumento, datato al 1925, è una lapide in pietra ad arco con al centro l’immagine del soldato ignoro che volge il suo sguardo verso l’alto tenendo nella mano destra il pugnale della vittoria. Viene tenuto in piedi e accolto nel paradiso dalla Madre. Sull’arco è stata incisa la scritta “Qui apprendano i vivi a essere degni dei morti”.

La lapide in onore e memoria ai caduti di tutte le guerre

 Nella Grande Guerra (1915-18) i caduti del capoluogo San Giorgio furono diciassette che elenco qui in ordine alfabetico:

Sante Basso, Giacomo Busolini, Giacomo Cancian, Olvino Luchini, Luigi Nonis, Luigi Orlando, Pietro Osvaldini, Daniele Pagnossin, Emilio Pagnossin, Gioachino Sbrizzi, Vittorio Sbrizzi, Dante Tramontin, Pietro Tramontin, Severino Tramontin, Gaspare Volpatti, Pietro Zannier, Davide Zavagno.

Nella guerra di Etiopia (1935-36) e nella sua successiva occupazione, e nella Seconda Guerra Mondiale (1940-45) il capoluogo ha contato diciassette caduti, qui elencati in ordine alfabetico: Vittorio Baret, Francesco Biz, Riccardo China, Giuseppe Gamboso, Timante Grafitti, Antonio Luchini, Ernesto Luchini, Ferruccio Luchini, Francesco Luchini, Adelchi Marchi, Ugo Marchi, Mario Marini, Antonio Peracchi, Ido Elio Tesan, Romano Tesan, Albino Volpatti, Pietro Volpatti.

Baret e Gamboso furono i caduti nell’Africa Orientale Italiana. Francesco Biz, partigiano fu deportato a Buchenwald-Ohrdruf. Albino Volpatti, ricevitore all’Ufficio delle Imposte di Consumo a Meduno fu ucciso dai partigiani. Domenico Sbrizzi e Pio Tramontin furono dapprima catturati e internati dai tedeschi, poi liberati e internati per un certo periodo in campi di internamento inglesi.

Voglio ora narrare brevemente la vicenda di Giacomo Luchini (vice prefetto e primo Segretario della Giunta Regionale del Friuli-Venezia Giulia) che fu catturato dai tedeschi nel 1943, allora tenente del 5° Rgt Alpini, a Cagnes sul Mer nei pressi di Nizza. Era il 9 settembre, il giorno successivo al quale l’Italia annunciò pubblicamente l’armistizio con gli inglesi e americani e la resa incondizionata. I tedeschi proposero a lui e ad altri duecento ufficiali di servire la Germania in guerra. Tutti rifiutarono e furono perciò imprigionati. Furono caricati su carri bestiame e condotti a Muntzinghen, paese della Svizzera di lingua tedesca dove, all’interno di un vasto campo di concentramento, sperimentarono la fame, la seta, l’indigenza così come subirono l’odio e il disprezzo di militari e civili tedeschi per il tradimento del re e di Badoglio.

Tre giorni dopo, in seguito alla liberazione di Mussolini da Campo Imperatore si prospettava una rinascita del regime fascista e la continuazione della guerra a fianco della Germania. Le autorità militari del campo proposero nuovamente a Giacomo di inquadrarsi nelle formazioni tedesche ma egli rifiuto una seconda volta e perciò partì per Czestochowa nella Slesia polacca in un altro campo di detenzione. Le condizioni furono le medesime: la fame, la sete e il trattamento duro e spietato delle autorità.

A novembre dello stesso anno, Giacomo subì una nuova partenza questa volta in Ucraina nelle paludi di Pripet dove oltre alla fame e alla sete si aggiunsero il freddo e l’umidità. Gli fu fatta per l’ennesima volta la proposta di imbracciare le armi per la Germania e arruolarsi nelle file dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana, loro alleata, ma – stavolta con molta difficoltà – rifiutò ancora e rimase lì.

Nel gennaio del ’44, Luchini e altri prigionieri furono trasferiti a Wietzendorf nella Bassa Sassonia, nel famoso campo Oflag 83 (dov’era stato rinchiuso anche lo scrittore Giovanni Guareschi autore del Don Camillo). La vita nel lager infiacchì sempre di più il fisico e il morale di Giacomo e degli altri detenuti. A Wietzendorf Giacomo dovette subire i bombardamenti degli Alleati e la contaminazione di insetti fastidiosi e nocivi: pidocchi, cimici e pulci.

Arrivò l’ottobre del ’44 e gli fu fatta un’ulteriore, la quarta, proposta di collaborazione con le forze dell’Asse. Un ufficiale tedesco gli offrì il rientro in Italia per occupare un posto da civile alla Prefettura di Belluno su richiesta del Ministero dell’Interno. Anche se a malincuore, Giacomo rifiutò perché con questa sofferta scelta avrebbe rinunciato anche alla possibilità di rivedere la propria famiglia.

Giacomo dovette attendere la fine della guerra e la liberazione del campo da parte degli Alleati. Passò qualche mese e dopo altri viaggi nei campi, oramai liberato – tra cui anche nel tristemente noto Bergen-Belsen – e il tenente fece ritorno a casa il 10 settembre 1945, gettando via e bruciando nel cortile di casa i suoi vestiti.

Gli istituti scolastici e sportivi

Proseguiamo ora per via della Colonia la cui direzione ci porterà, percorrendo la strada fino in fondo, sulla via Cjampagnatis a ridosso del camposanto, attraversando un ponticello sul Rio Lino. Dal principio di via della Colonia, partendo dalla Biblioteca fino al canale sul torrente incontriamo il vero e proprio centro della vita culturale e scolastica, associativa e sportiva.

Centro Educativo “T. Petracco”

Incontriamo per primo il Centro Educativo Tarcisio Petracco, il complesso scolastico composto da materne, elementari, medie anche di discipline sportive. Tarcisio Petracco è stato uno studioso e un insigne docente universitario della Università di Udine nato a San Giorgio nel 1910 e scomparso nel 1997.

Il centro accoglie il visitatore dietro una piccola rotatoria stradale con un’aiuola di sassi – i sassi del Meduna e del Tagliamento – e con un tronco di gelso in mezzo. Oltre la rotatoria, proseguendo diritti continuiamo su via della Colonia, girando a destra imbocchiamo invece via Armentarezza, una strada il cui nome indica il luogo raggiungibile dove pascolavano gli armenti e infatti essa si perde in mezzo ai campi. Su via della Colonia troviamo per prima la Scuola dell’infanzia Cav. Luchino Luchini, proseguendo ancora abbiamo la Scuola Secondaria di Primo Grado Antonio Pilacorte, mentre imboccando via Armentarezza troviamo l’ingresso della Scuola Primaria Edmondo De Amicis.

Scuola secondaria di primo grado “A. Pilacorte”

In fondo alla scuola media Pilacorte comincia il Centro Sportivo Comunale Giacomino Pasquin con il campo da calcio, un campo sintetico per il calcetto, uno per il tennis e due palestre.

Il centro scolastico e ricreativo porta i nomi di un grande artista del Rinascimento friulano e di un grande letterato della storia nazionale: Il Pilacorte (1455-1531) lapicida, spilimberghese adottivo, autore di numerose opere contenute anche nelle chiese del territorio, come abbiamo visto; e il De Amicis (1846-1908) scrittore e romanziere autore di Cuore, il più grande romanzo popolare per bambini. Gli altri tre invece sono i nomi di personaggi illustri della storia di San Giorgio della Richinvelda: il già citato docente Tarcisio Petracco (1910-1997); Luchino Luchini (1871-1924) fondatore e socio della Cassa Rurale di Prestiti; Giacomino Pasquin dirigente bancario (1959-2014) promotore di molte attività sociali e sportive nell’ambito comunale.

Il plesso scolastico ospita quattro tra società e comitati sportivi dell’ambito dilettantistico: l’A.P.D. Polisportiva San Giorgio; l’U.S.D. Gravis; l’Equipe Judo-Lotta San Giorgio; l’Associazione per il Torneo Giovanile Internazionale dell’Amicizia. Inoltre, è sede della Pro Loco Richinvelda. Il Gravis raccoglie l’eredità dell’Associazione Sportiva San Giorgio diventata A.C. Domanins-Richinvelda nel 1992 in seguito alla fusione con l’A.C. Domanins e infine Gravis nel 2000. Nel 1988, le tre società sportive comunali allora esistenti – San Giorgio, Domanins e Rauscedo – crearono il famoso Torneo Giovanile Internazionale dell’Amicizia.

Il campo sportivo

Esso nacque grazie all’amicizia e al gemellaggio dell’Associazione Sportiva Vivai Cooperativi Rauscedo con la società calcistica tedesca F.C. Ascheim nato nel 1985. Nelle prime edizioni, la rappresentativa comunale fu formata dalla squadra degli Allievi provinciali del Domanins vincitori degli ultimi campionati. Il torneo si svolgeva in vari periodi dell’anno, da giugno a settembre, e si disputò a partire dal 1988 e poi con cadenza biennale dal 1989 al 2015 per un totale di quindici edizioni.

Ma vediamo in breve la storia. Nel 1987 la squadra degli Esordienti dell’Associazione Calcio Domanins vinse per la seconda volta il campionato provinciale e per la prima volta il titolo regionale di categoria. La soddisfazione fu enorme. L’appassionata e dinamica formazione giovanile riunì i migliori giovani calciatori del nostro Comune. Per festeggiare e coronare l’ambito traguardo, il gruppo dei dirigenti dell’A.C. Domanins e della Società Sportiva V.C.R., per iniziativa di dirigenti e sportivi di entrambe, decisero di creare un torneo calcistico grazie anche al gemellaggio tra la Sportiva di Rauscedo e la società calcistica della cittadina tedesca di Ascheim.

I contatti furono favoriti da compaesani e in particolare da un personaggio originario di Domanins ed emigrato in Germania. La piccola compagine fu entusiasta di questa prestigiosa iniziativa. Gli incontri di calcio in Germania cominciarono per Domanins fin dai primissimi anni Ottanta, ma furono incontri fra squadre amatoriali o fra gruppi di amici. Nell’estate del 1987 infatti fu organizzata una trasferta in Germania con un gruppo misto di esordienti del Comune, denominato “Rauscedo”.

Il manifesto della prima edizione

L’anno successivo il volenteroso gruppo dirigente decise di organizzare qui in Italia, nel nostro piccolo Comune di San Giorgio un piccolo torneo estivo con la partecipazione di squadre straniere del vicinato regionale europeo (Austria, Germania, Jugoslavia) e di squadre italiane di prestigio come Milan e Udinese. Nacque così, nel 1988, il Torneo Giovanile Internazionale dell’Amicizia. Nella prima edizione, il torneo comprendeva otto squadre e si svolse nei tre campi da calcio regolari, a San Giorgio, a Rauscedo e a Domanins. L’idea di questa interessante disfida internazionale coinvolse le tre società sportive comunali che presentarono al torneo il gruppo giovanile dei Giovanissimi e degli Allievi dell’A.C. Domanins allenati da Flavio De Candido in rappresentanza del nostro Comune.

Il Torneo fu creato per spirito sportivo e di amicizia fra i popoli. Lo scopo fu quello di “abbattere il muro” che divideva le tre associazioni sportive comunali e “andare oltre il proprio orticello” per non “guardare solo nel proprio campanile”. In un ambito più ampio, un torneo internazionale, secondo le premesse formulate nell’atto costituivo e sotto l’egida e lo spirito dello sport del calcio riuniva ragazzi appartenenti a popoli, culture ed economie diverse. L’abbattimento dei muri si prefiggeva lo scopo di promuovere un’etica del confronto e dell’antagonismo amichevole ed affratellante fra i popoli, assurgendo a valore universale. Inoltre, il torneo avrebbe avuto anche un valore geopolitico: un incontro costruttivo per rinsaldare vecchi legami di amicizia internazionale. In questo contesto il gioco del calcio e la competizione sportiva si dimostrarono il veicolo meglio adatto anche per la diffusione di una visione del mondo e di un comune sentire, fondati su valori più ampi.

Grande animatore delle ultime edizioni di questa competizione amichevole unica nel suo genere fu Giacomino Pasquin, direttore generale della Banca di Credito Cooperativo di S. Giorgio e Meduno, poi Friulovest Banca. Fu una persona che si adoperò molto per l’associazionismo e per lo sport. Il torneo durò quindici edizioni fino al 2015, l’anno successivo alla morte di Pasquin avvenuta il 12 giugno 2014.

Il torneo ospitò squadre di club del massimo livello europeo. Tra gli allievi che parteciparono alla competizione ci furono nomi poi diventati famosi come il croato Igor Tudor che disputò l’edizione del 1993 con l’Hajduk Spalato nonché il fuoriclasse argentino Lionel Messi e lo spagnolo Gerard Piqué parteciparono con la formazione del Barcellona all’edizione 2003.

Il Poliambulatorio e la sede della Protezione Civile

L’A.N.A., l’Associazione Nazionale Alpini – Gruppo di San Giorgio e la Protezione Civile

Difronte alle scuole medie si trova un edificio basso e lungo dipinto di azzurro. Esso accoglie l’ambulatorio medico sul lato sinistro e la Protezione Civile sul lato destro. Più avanti nello stesso tratto di giardino vediamo una baita di legno che ospita sede del Gruppo Alpini di San Giorgio.

La pietra collocata in memoria del Gruppo nel decennale di fondazione 31 maggio 1980

Il Gruppo Alpini Richinvelda appartenente alla Sezione di Pordenone (presieduta da Guido Scaramuzza) si costituì il 31 maggio 1970 in seguito all’assemblea degli Alpini svoltasi nei locali della ex Latteria a San Giorgio il 30 novembre 1969. Era nato il 57° Gruppo della Destra Tagliamento. Capo Gruppo fu Guido Filipuzzi; consiglieri: Armando Gaiotto, Angelo Luchini, Graziano Baldo, Mario Gambellin, Giovanni Antonio Sedran, Mario Tesan, Arten Sandini, Remigio Chivilò, Sante Sbrizzi, Felice Gasparotto; segretario: il maestro Luigi Pascutto; madrina del gruppo: la vedova di Riccardo China.

Sede del Gruppo Alpini di San Giorgio della RichinveldaTen. Col. G. Sedran”

Il 12 giugno 1988 fu inaugurata la nuova sede intitolata al Ten. Col. Giovanni Antonio Sedran, fondatore del gruppo e poi capo dal 1972 al 1974: “… la Patria lu veva clamat par zì a fa il soldat… E quan che la via dal Paradis a l’a ciapat a l’è zut a l’appello come un veciu soldat… E cussì i Alpins di San Zors ca l’an tal cor a dedichin il Grup in siò onor / In onor di Giovanin ca l’è stat un grant alpin”. Madrina della sede fu nominata la figlia Alice. Nel 2015, in occasione del 45° anniversario di fondazione venne inaugurato la pietra-monumento in onore delle “Truppe Alpine” con omonima via, situata nell’area vicino alla zona artigianale.

Il Gruppo Alpini di San Giorgio si sono resi protagonisti negli anni di una intensa attività ispirata non solo alle celebrazioni delle ricorrenze istituzionali della storia patria o degli anniversari di fondazione del corpo militare o dell’associazione ma anche ad iniziative di solidarietà, di beneficenza, ad opere pubbliche di utilità o di abbellimento dei paesi del territorio. Gli alpini di San Giorgio hanno aiutato i terremotati del Friuli, dell’Aquila, dell’Emilia, hanno costruito asili e ponti a Rossosch e a Nikolajewka (ora Livenka) località di duri scontri nella seconda guerra mondiale. Hanno restaurato edicole e realizzato mosaici e hanno altresì curato diverse pubblicazioni di libri.

Il Lago Colonia, il parco e la vecchia colonia elioterapica

Proseguendo fino in fondo alla via della Colonia scopriamo il perché di questo nome. Prima di giungere al ponticello sul canale, sulla sinistra troviamo una casa a ridosso di un lago e di un parco giochi. Accanto al lago spicca sullo sfondo una collinetta.

Questo è il Lago Colonia per la pesca sportiva creato nel 1980. Il parco e lo spiazzo erboso al di là della strada era utilizzato dall’associazione ornitologica Beato Bertrando per esposizione e fiere nonché di feste serali.

Sede del Lago Colonia

In questo luogo esisteva qualche decennio fa una colonia elioterapica di cui ora ne visiteremo la storia e poi conosceremo i vari passaggi della creazione del laghetto.

La Colonia elioterapica di San Giorgio della Richinvelda ha iniziato la sua attività nel 1933 in Località Masurin su un terreno con abitazione (casa Muni) nella pertinenza della Richinvelda, scelto dalla “Federazione Provinciale dei Fasci di Combattimento”, dal Comune di San Giorgio e dalla famiglia Pecile. Si prese possesso del terreno dando il via alle pratiche di acquisto e al riatto della casa nonché alla progettazione di una piscina con alberature. Fu intitolato a “Paolo Pecile” figlio di Domenico Pecile e di Camilla Kechler, morto di tisi giovanissimo nel 1920.

Dalla relazione di chiusura dell’esercizio 1934 redatta dal Direttore della Colonia il Maestro Mario Zannier, apprendiamo che l’attività si svolse dal 11 luglio al 26 agosto (40 giorni), che le domande presentate dai genitori al Segretario Politico furono di 137 bambini, accolte solo 71 a seguito di visita medica; 47 maschi e 24 femmine, di età tra i 6 e gli 11 anni. I bambini erano così ripartiti tra le frazioni: 16 a San Giorgio, 5 ad Aurava, 13 a Pozzo, 7 a Cosa, 9 a Provesano, 17 a Rauscedo e 4 a Domanins. La retta fu a pagamento per 24 bambini mentre per 47 fu gratuita perché indigenti.

Il personale assistente era composto dalla Maestra Graziella De Faccio e da una assistente femminile locale. La Delegata per le Giovani Fasciste, Lina Zannier, dirigeva la cucina con le cuoche Rina Chivilò e Maria Luchini. Il servizio sanitario fu svolto dal Dott. Sandro D’Andrea. I dati relativi alla Colonia Elioterapica sono stati gentilmente segnalati da Giorgio Moro e tratti dal suo studio di storia locale tra le due guerre Mondiali in fase di pubblicazione.

Negli anni ’30 del Novecento la crisi economica e politica che attraversava la nostra provincia Friulana portò la disoccupazione ai massimi livelli contando più di cinquantamila lavoratori incapaci di accedere a qualsiasi lavoro e di fatto assistiti solo dalle organizzazioni di carità del Partito e dei comuni.

Una simpatica foto di giovani frequentatrici della colonia

La Colonia era frequentata dai ragazzi adolescenti delle sette frazioni del nostro Comune. Prevalentemente funzionava nel mese di luglio. I ragazzi di Rauscedo e di Domanins venivano trasportati in Colonia su un piccolo carro trainato da un cavallo di proprietà di Virgilio Moretti. A quei tempi (parlo del 1943) il Moretti gestiva con la famiglia il Bar e attiguo negozio di alimentari in Piazza Cooperative di Rauscedo (ora da Remo).

La Colonia veniva visitata con una certa frequenza dal Pievano di San Giorgio don Geremia Bomben, dal geom. Enrico Guido Tesan nella sua qualità di Segretario Comunale del fascio e dalla sig.ra Camilla Kechler Pecile. Direttrice e assistente le sig.ne Daneluzzi e Luchini di San Giorgio.

Ricordando un episodio: il 25 luglio 1943 rientrando dalla Colonia, in piazza a Rauscedo, sempre trasportati dal Moretti, alcune persone presenti in Piazza schernivano lo stesso, notoriamente fascista, perché in quel giorno veniva tolta la fiducia al governo Mussolini.

La mattina era in parte dedicata alla esposizione al sole. Tutti perfettamente inquadrati stesi sul prato. Quindi il bagno nella piscina. L’alzabandiera dava inizio alla giornata e l’ammaina bandiera ne poneva fine. Le visite, oltre alle personalità sopraindicate, ricordo il controllo sanitario effettuato dal medico condotto-ufficiale sanitario. Eravamo tutti in divisa costituita da un giubbetto e mutandine (a volte mutandoni), celesti per i maschietti e rosa per le bambine. Considerato che pochissime case all’epoca erano munite di bagno, la piscina della Colonia veniva usata anche per poderose lavate con sapone da parte delle assistenti. Nel pomeriggio su grandi vassoi sorretti dalle cuoche, veniva servita la merenda costituita da tondi panini con la marmellata. Se pioveva i pranzi venivano predisposti all’interno nei due piani dell’edificio. C’era un montacarichi per agevolare il trasporto del cibo tra un piano e l’altro.

Talvolta veniva a fare visita anche il Parroco di Domanins don Moschetta il quale arrivava con un sacchetto di caramelle che distribuiva ai bambini di Domanins. Non c’erano giocattoli, ma la giornata trascorreva gioiosamente all’aria aperta. Un divertimento particolare era costituito dalle corse sulla storica collinetta dei pini, che a noi bambini sembrava enorme, qualcosa da scalare per poi rotolarsi nella discesa. Anche per San Giorgio e le frazioni est il trasporto veniva effettuato con carro e cavalli di proprietà della duchessa Pecile. Sul carro venivano caricate due damigiane piene d’acqua raccolta nel pozzo di San Giorgio, in quanto la Colonia all’epoca era priva di acqua potabile.

L’Associazione Pescatori Sportivi “La Richinvelda”, tramite il suo presidente Sergio Presotto, presenta nel 1979 alla Giunta Comunale il progetto per realizzare il lago. Vennero analizzate la fattibilità, il costo e i tempi per l’esecuzione. Si colse coì l’occasione propizia. Data la necessità di ricavare ghiaia per l’attività edilizia, una ditta di cavatori di ghiaia di Treviso si offrì per la realizzazione del lavoro sostenendo il costo dello scavo, la sistemazione delle rive, delle sponde e del terreno circostante da destinare a parco. In cambio venne ceduta la ghiaia ricavata.

L’acqua necessaria venne richiesta al Consorzio Cellina-Meduna e concessa in quanto non veniva trattenuta nell’invaso ma costituiva un passaggio che, riempito il lago, tornava a scorrere nelle canalette irrigue consortili. Ottenuta l’approvazione unanime dell’amministrazione comunale, si procedette ai lavori in quello stesso anno sotto la sorveglianza dell’Ufficio Tecnico comunale da parte del geom. Bruno del Bianco e del perito Giuseppe Zavagno.

La Protezione Civile in una prova di intervento

Nel giro di pochi mesi l’area venne predisposta a regola d’arte, pronta per ricevere l’acqua di riempimento. I pescatori assieme ai volontari del comune parteciparono attivamente alla realizzazione delle opere complementari. Così, col 1980, venne realizzata la condotta di derivazione delle acque e l’acqua poté iniziare a riversarsi nell’invaso. Ci volle un po’ di tempo perché si prevedeva all’inizio un prelievo limitato. Ci fu una continua sorveglianza e continui interventi per rendere impermeabili le rive. Venne adoperato del terreno argilloso per tamponare le piccole perdite, di cui una parte fu prelevata dalla Pozza delle Rive. Per questo motivo si possono trovare nel lago i tipici molluschi bivalvi di acqua dolce.

La prima gara di pesca si svolse nel 1981 con grande partecipazione e da quella data le attività di pesca sportiva si svolsero sempre con regolarità e con molto pubblico. I pescatori continuarono a migliorare l’area del parco piantando numerosissimi alberi e intervenendo nell’edificio dell’ex Colonia elioterapica. Vennero eseguiti il porticato e i bagni. Considerata la grande affluenza di gruppi e di famiglie con bambini, furono installati i primi giochi per i bambini. Per le sue caratteristiche il lago è una località ideale per le esercitazioni dell’Associazione Sommozzatori di Pordenone, che più volte utilizzarono questi spazi per le loro attività sia d’estate che d’inverno, anche con l’accensione di un falò in mezzo al lago la notte dell’Epifania.

Prima gara di pesca nel lago, agosto 1981

Anche la Protezione Civile Comunale usò il lago per le esercitazioni e la Croce Rossa tenne diversi corsi all’interno del locale dell’edificio. Il parco, assieme al lago, ha fin da subito costituito un forte richiamo per l’incontro e la convivialità delle associazioni e anche in occasione delle giornate speciali. Giornate ecologiche, giornate dell’agricoltura, feste di associazioni. Anche le scolaresche hanno sempre trovato il luogo interessante ed educativo. Il parco con il lago e costituisce un’oasi naturalistica dove è facile incontrare a distanza ravvicinata, animali e volatili selvatici altrimenti difficilmente osservabili. Questo a riprova della grandezza dell’intuizione: la realizzazione di un lago e di un’area verde ad esso collegata ha portato ad un forte valore aggiunto per i pescatori sportivi, e in particolare per l’intera comunità di San Giorgio. Tra i piccoli laghetti artificiali della zona, questo della Colonia è considerato tra i migliori per la sua valenza naturalistica.

***

Giunti a questo punto del viaggio facciamo ritorno al centro del capoluogo e rivolgiamo la nostra attenzione nuovamente sulla villa Leoni-Pecile per soffermarci sui due personaggi importanti e più noti della famiglia Pecile, Gabriele Luigi e Domenico, padre e figlio, i quali furono protagonisti della storia politica, sociale ed economica di San Giorgio e del Friuli e che fecero diventare celebre anche il nostro territorio.