L’antica Provesano

Il villaggio dell’antica Roma, la parrocchia del Trecento

La terra di Probo

Probo o Publicio potrebbe essere stato il suo nome, il quale nell’antica lingua latina si scriveva e pronunziava Probus o Publicius. Tale individuo potrebbe essere stato il proprietario delle terre che compongono l’attuale paese di Provesano, la frazione più a nord del comune di San Giorgio della Richinvelda, dal quale derivò il nome con il suffisso -anus teso ad indicare una proprietà fondiaria o allodiale e appartenente ad un certo Probus o Publicius, e quindi: “Provesano”. L’etimologia squisitamente latina, che appare per la prima volta in un documento dell’anno 1005, e la natura fondiaria e non feudale rimandano perciò ad una origine antico-romana, come dimostrano anche i numerosi reperti riemersi nella zona del castelliere di Gradisca.

Che il territorio della Richinvelda e quello circostante fosse abitato sin dall’antichità lo attestano ancora oggi altri importanti ritrovamenti. Per prima la necropoli tardo-romana risalente probabilmente al IV secolo d.C. rinvenuta nel 1996 nelle campagne a nord di Arzene e a ridosso del confine con Domanins; per seconda una scoperta avvenuta anni prima nel Majaroff un’altra zona di Arzene più lontana; per terzo, il tracciato dell’antica Strada Romana Postumia solcava il terreno di Arzene. Rammentando inoltre che tale territorio apparteneva civilmente ed ecclesiasticamente alla Pieve di San Giorgio sino al 1332. Un po’ più lontano, nel comune di Vivaro, sono emersi nel 1976 numerosissimi reperti attribuibili all’epoca dell’impero e distribuiti in una vasta area verde tra i paesi di Vivaro e le sue frazioni Basaldella e Tesis e avente come confino la terra Tiepola a nord verso Maniago. Questa serie di innumerevoli oggetti di diverso tipo – attrezzi da lavoro o uso domestico o personale – hanno fatto supporre vari ricercatori locali dell’esistenza di Cellinia una città che sorgeva sin dall’epoca romana in questa estesa fetta di terra e che rivestiva di una certa importanza. Le teorie riguardo a Cellinia – la quale prende il nome dal Cellina, il torrente che nasce a Claut e confluisce nel Meduna – non sono mai state confermate dagli archeologici e tuttora permane il mito della “misteriosa città scomparsa” centro rilevante di commercio e di traffico, sorto sulle rive di importanti corsi d’acqua, che collegava Roma al nord Europa. Un’altra scoperta piuttosto interessante è avvenuta a Domanins alla fine di novembre 2021 quando una serie di oggetti di epoca antica sono emersi in piazza S. Michele sulla durante gli scavi effettuati sulla carreggiata della provinciale per lavori di ampliamento dell’impianto idrico del paese. I reperti rilevati hanno sospeso i lavori stradali per qualche settimana.

Piazza Risorta

Tutta una serie di testimonianze di epoche a noi lontanissime che lasciano supporre con certezza che il territorio della Richinvelda era granché popolato anche in epoca romana e probabilmente le terre ove tuttora sorge la frazione Provesano rappresentano la sede del nucleo abitato più antico.

Via S. Leonardo

Ora è una piccola frazione di poco più di cinquecento abitanti. La sua storia comincia nell’anno Mille nel cui secolo XI le terre di Provesano entrano a far parte del casato degli Spilimbergo ed ecclesiasticamente appartennero sin da quel periodo all’antica Pieve di San Giorgio di Cosa, come abbiamo già visto visitano i luoghi storici della Richinvelda e della sua matrice. I documenti esistenti riportano le date del 1140 e nel 1177. Sappiamo che nel 1392 Provesano diventò parrocchia autonoma, intitolata a S. Leonardo, e che nel Regno Lombardo-Veneto sotto il dominio asburgico il paese fu accorpato al comune di Barbeano nel 1816 per poi essere smembrato e assegnato al comune di Spilimbergo ove rimase fino al 1871, quando, con il Regno d’Italia di Vittorio Emanuele II, il 14 ottobre di quell’anno richiese di far parte di San Giorgio della Richinvelda. Fino al 1851 la parrocchia comprendeva la frazione di Provesano e di Gradisca e i suoi confini erano segnati a mezzogiorno dal territorio di Cosa, a est dal Tagliamento, a ponente dal territorio di S. Giorgio della Richinvelda e a settentrione dal territorio di Spilimbergo, e precisamente il confine passava sotto l’ultima casa di Navarons. Nel 1987, il 1° marzo, la parrocchia di S. Leonardo di Provesano si unì a quella di S. Tommaso di Cosa.

Il centro religioso e storico del paese

Entrando nell’abitato di Provesano facciamo ingresso, dopo poche decine di metri in piazza Risorta. Prima di giungere al centro del paese da via S. Leonardo dipartono tre laterali sulla destra e due sulla sinistra. A sinistra si incontrano nell’ordine via Braidons che termina nei campi come indica l’etimologia del nome, via Paolo Diacono che si ricongiunge a via S. Antonio a Cosa, prima dell’ingresso al paese e al castello, via Giuseppe Garibaldi che diventa laterale della Casarsa-Spilimbergo. A destra partono dalla carreggiata principale via Radice e poi via Crepacci le quali strade si ricongiungono più avanti. Via Crepacci continua verso destra e confluisce sulla via Losis la via “boschiva” delle grave di Cosa paese che poi, proseguendo verso nord muta in via Magredi le grave di Provesano a ridosso del Cosa torrente. Tra la via Crepacci e via S. Leonardo sono ancora visibili una parte dei binari della vecchia ferrovia dismessa ormai dal 1987 e il casello parzialmente nascosto dalla boscaglia.

Dopo le sparute case che si incontrano via via in ambo i lati si giunge in piazza Risorta. La strada è estesa ad un largo ciottolato delimitato da un marciapiede e da una riga di platani. A destra della piazza, a margine del ciottolato spiccano il campanile con accanto la chiesa di S. Leonardo. Davanti alla parrocchiale è collocato il Monumento ai caduti con l’asta col Tricolore. Accanto all’area verde religiosa si nota una particolare e attraente villa: Rocca Jacoba. Alla sinistra della piazza abbiamo il bar “da Eddy” e accanto una villa sede delle associazioni del paese denominata Centro Polifunzionale: Associazione Provesano Unita – il vecchio Circolo Culturale e Ricreativo di Provesano, la sezione A.F.D.S. comunale di San Giorgio della Richinvelda.

Piazza Risorta con la parrocchiale e il campanile visti da via G. Garibaldi

Rocca Jacoba è una villetta con un delizioso muro di sassi a fare da parete centrale racchiudendo un cancelletto a sbarre di acciaio. Questa abitazione avuto una storia particolare degna di cronaca e di attenzione perché è stata la casa di proprietà di un politico olandese assassinato da un fanatico nel 2002: Pim Fortuyn.

La chiesa parrocchiale di S. Leonardo

La chiesa parrocchiale di S. Leonardo

Cominciamo la visita dalla chiesa. Essa è intitolata a San Leonardo la cui parrocchia come abbiamo già avuto modo di vedere è sorta nel 1392 ed è stata la prima a staccarsi dalla matrice di San Giorgio. L’edificio sacro attuale è stato costruito nel 1496 in luogo di uno precedente. Rimaneggiato nel Settecento esso ha assunto la forma attuale nel 1828. Un podere antico originatosi dall’epoca romana e una parrocchia sorta su uno dei culti più antichi d’Europa, quello per S. Leonardo di Noblac che nel Friuli comparve nell’VIII secolo.

La canonica

La chiesa è composta da un’unica navata e il suo interno è caratterizzato dal ciclo di affreschi di Gianfrancesco del Zotto detto da Tolmezzo (1450-1511) che occupa interamente il presbiterio e di altre opere pittoriche e scultoree di altri artisti noti: il Pilacorte, Pietro da San Vito, i Bettamelli, Luigi Bello, Giuseppe Scalambrin, Pierino Sam.

Il ciclo di affreschi di Gianfrancesco da Tolmezzo, 1496

Nell’abside si notano i Dottori della Chiesa, i Profeti e gli Evangelisti. Tali affreschi sono riprodotti con un’iconografia già sperimentata in altri lavori dell’autore ma in questi ha dimostrato una tecnica migliore. Nelle pareti l’artista carnico ha proposto il suo capolavoro: la Passione di Cristo dipinta nelle pareti laterali e nella parete di fondo. A destra vi sono quattro affreschi: l’Orazione nell’Orto, l’Ultima cena, la Cattura, Cristo davanti a Erode. A sinistra ve ne sono cinque: Cristo davanti a Pilato, Flagellazione, Salita al Calvario, Deposizione e Resurrezione. Nella parete di fondo si ammira l’affresco più pregevole: la Crocifissione.

La parete sinistra

Sull’arco trionfale e sui pilastri il Tolmezzo compose San Rocco e San Sebastiano; sul basamento propose il Paradiso, l’Inferno e gli Apostoli; nell’intradosso invece figurano mezzibusti di dieci sante: Orsola, Marta, Apollonia, Lucia, Agata, Caterina d’Alessandria, Barbara, Rosa da Viterbo, Agnese, Maddalena. La Passione di Cristo è stata una delle sue opere maggiori che risentiva dei modelli tedeschi e in particolare della Passione di Cristo di Schongauer per l’affollamento dei personaggi ritratti, le tipologie dei volti ma che è stata realizzata con maggior plasticità ottenuta grazie all’uso marcato della linea e dei chiaroscuri. Gli affreschi risaltano ed eccellono, soprattutto nei confronti degli altri affreschi presenti nelle chiese del territorio, per l’uso grafico e del colore. Il suo “capolavoro” quindi di cui il Gianfrancesco ebbe chiara consapevolezza tanto che volle firmare il ciclo con il proprio nome, con la data di realizzazione e con il suo profilo dipinto sulla parete di fondo dell’abside.

Il dottor Vannes Chiandotto in un suo libro sul pittore carnico ha delineato il significato dell’opera di Gianfrancesco a Provesano: “Il linguaggio sconvolgente e a volte violento delle pitture vuole inoltre far capire che per l’uomo, nonostante la sua fragilità, esiste sempre la possibilità di raggiungere il Regno dei cieli e di sfuggire la dannazione eterna. L’individuo, sembrano voler dire ancora i dipinti, ha a disposizione, per conseguire la salvezza, oltre alla guida della Chiesa attraverso i suoi pastori e i suoi “dottori”, l’intercessione dei santi, come Sebastiano, Rocco, effigiati da Gianfrancesco che in tutta evidenza, possono provvedere per le sue esigenze spirituali, i suoi bisogni materiali e i suoi malanni fisici. Il messaggio profondo che proviene dagli affreschi di Gianfrancesco a Provesano è dunque rivolto all’uomo che, pur con le sue gravi colpe, grazie alla fede, se vuole, ottiene rimedio alle sue mancanze. E Gianfrancesco, forse, nei dipinti di Provesano ha espresso altresì qualcosa d’altro. Pur non sapendo probabilmente nulla dei grandi avvenimenti che il mondo in quegli anni si prepara a conoscere, dalla scoperta dell’America alla divisione della cristianità provocata dalla riforma protestante, egli è riuscito a intuire che sconvolgimenti stanno approssimandosi”. Il testo è tratto dall’opera Gianfrancesco da Tolmezzo a Provesano, 1496-1996 pubblicato nel 1996.

Del Pilacorte invece sono l’acquasantiera e il fonte battesimale. La prima è del 1497 con i nomi dei camerari sul bordo. La coppa è decorata con girali di foglia mentre sul fusto la decorazione è a catena e con figure di leoni. Il secondo è invece del 1498, sulla coppa sono raffigurati dei cherubini mentre alla base del fusto è scolpito in bassorilievo il Battesimo di Cristo.

Pietro da San Vito ha realizzato i due affreschi della Madonna con Bambino e San Rocco e un angelo situati nella parete di fondo dell’arco trionfale. Oltre alla sua firma, il pittore ha posto la data di esecuzione: il 1513 con riferimento all’epidemia di peste diffusasi nel 1511.

I Bettamelli, famosi scultori veneti che abbiamo già incontrato visitando la chiesa di S. Tommaso di Cosa, hanno prodotto l’altare in marmo policromo della fine del Seicento.

Del 1846 è la pala dei SS Floriano, Rocco e Sebastiano del pittore veneziano Luigi Bello.

Del Novecento sono invece il gruppo ligneo della Madonna di Lourdes di Giuseppe Scalambrin di Fossalta di Portogruaro, realizzato nel 1935, e le stazioni della Via Crucis di Pierino Sam del 1942.

Sono di autore ignoto invece le statue di pietra del 1790 di San Leonardo e Sant’Andrea collocate in una nicchia nella parte destra della navata. Esse furono commissionate per l’altare maggiore e successivamente collocate prima nella facciata e poi nella navata, ove si trovano tuttora.

S.S. Floriano, Rocco e Sebastiano, 1846

Il campanile di Provesano è stato costruito nei primi decenni del Novecento, quando la chiesa viene profondamente rimaneggiata. Alto circa 25 metri anche se secondo la tradizione locale dovrebbe misurare 27 metri ossia come la profondità del pozzo che un tempo riforniva il paese. Le campane vennero rifatte nel 1922 dopo l’asportazione degli austro-tedeschi durante l’invasione 1917-18 e nel 1985 per necessità di restauro che costrinse a rifonderle.

Il Monumento ai caduti e le vicende della guerra

Usciti dalla chiesa e dal cortile parrocchiale ci soffermiamo ad osservare la lapide posta a memoria dei caduti di tutte le guerre. Il Monumento è costituito da un blocco di pietra di forma rettangolare con su scritti i nomi dei caduti delle due guerre mondiali. Suddivisi in due colonne, ciascuna riportante il periodo bellico di riferimento, a sinistra si leggono i nomi dei caduti nella guerra 1915-1918 e a destra i caduti nella guerra 1940-1945. Sovrastante alle due colonne sono incise le parole del poeta latino Orazio “Dulce et decorum est pro patria mori” il quale nelle sue Odi volle esaltare l’eroismo guerriero e le virtù militari degli antenati romani e che fossero di auspicio per i giovani e per le future generazioni. Sotto i loro nomi è riportata la scritta “Provesano ai suoi caduti”. In basso a destra una lampada in bronzo spunta dalla lapide a simboleggiare la luce dell’eternità e della verità che sorreggono il combattente e per le quali esso ha combattuto e ha sacrificato la propria giovane vita. Ai piedi della lapide è stato collocato un vaso di fiori e un altro recipiente si trova accanto. Sul lato destro è stato realizzato un pozzo di mattoni a semicerchio, con alla sua base un’aiuola con grossi sassi – i sassi del Tagliamento elementi del territorio – e da essa spuntano quattro arbusti, flora della terra magra. Dietro il pozzo sono stati piantati tre piccoli cipressi e alla loro destra svetta l’asta con il Tricolore che racchiude il gruppo di opere della memoria.

I caduti di Provesano nella Prima guerra mondiale 1915-18 furono undici. In ordine alfabetico per cognome furono: Giovanni Cazzitti, Guido Chivilò, Luigi Chivilò, Olivo Chivilò, Vittorio Chivilò, Sante Cimarosti, Romano Della Rossa, Luigi Durandi, Domenico Polon, Osvaldo Polon, Luigi Santarossa.

I caduti di Provesano nella Seconda guerra mondiale 1940-45 furono tredici. In ordine alfabetico per cognome furono: Giuseppe Benecchio, Eliseo Bozzer, Giuseppe Bozzer, Luigi Chivilò, Ireneo D’Andrea, Giuseppe Filipuzzi, Adolfo Hind quale deportato civile, Domenico Partenio, Angelo Reffo, Gino Saro, Ettore Tesan, Tarcisio Truant, Agostino Zuzzi.

Profughi di Provesano, 1917

Questa vecchia foto del 1917 così eloquente nel rappresentare il dramma ritrae donne e bambini pronti a partire profughi per sfuggire all’occupazione austro-tedesca. Il bambino di circa un anno è Costante Castellarin di Costante e Giovanna Fabris, nato a Provesano il 5 ottobre 1916 da genitori di Casarsa della Delizia. Egli divenne padre gesuita e insegnò per anni Lettere e Latino all’Istituto Leone XIII di Milano.

Angelo Rovere, classe 1897, fu un civile immigrato a Provesano da San Martino al Tagliamento internato nel campo di Marchtrenk nell’Alta Austria morendovi il 16 maggio 1918.

La vecchia Cooperativa di consumo

Volgiamo ora lo sguardo all’altro lato della piazza. Due sono gli edifici che occupano la visuale: il Bar da Eddy, storico bar da Eno, e il Centro o Sala Polifunzionale sede delle associazioni del paese, oggi collocati rispettivamente ai civici n. 9 e n. 11 di piazza Risorta. L’edificio che ospita il caffè era un tempo la sede della Società Anonima Cooperativa di Consumo di Provesano fondata nel 1908 con lo scopo di acquistare merce all’ingrosso di prima qualità e vendere ai soci ad un prezzo ridotto e fungendo da calmiere per i prezzi dei negozi privati per il beneficio della popolazione meno abbiente.

La Piazza Caffé nei locali della vecchia Cooperativa di Consumo

La cooperativa di Provesano fu tra le più fruttuose dello spilimberghese raggiungendo in pochi anni un utile di oltre diciassettemila lire. Uno dei presidenti fu Daniele Sabbadini figlio del dottor Lorenzo Sabbadini (1842-1905) medico condotto del comune. Sin dai primi anni del secolo si è manifestata però un’opposizione e un forte atteggiamento ostile contro le forme cooperative da parte di forze politiche legate al padronato. Nel maggio 1915 l’Italia entra in guerra contro gli Imperi Centrali e la cooperativa di consumo riduce la sua attività. Ma nel 1919, terminato il conflitto, essa riprende la sua normale vitalità e viene ricostituita come Cooperativa di Consumo viene ricostituita “con atto stipulato dal Notaio Marzona di Valvasone.

Il Centro Polifunzionale

Il Centro Polifunzionale sede delle associazioni. Sulla colonna destra del portone d’ingresso si nota il vecchio logo del Circolo Culturale e Ricreativo di Provesano

In piazza Risorta n. 11 si trova un edificio a due piani accanto al vecchio Bar da Eddy, oggi Piazza Caffè. Composte da più di una sala, l’edificio, come già detto, ospita le associazioni del paese. La sezione comunale dei donatori di sangue A.F.D.S. ha qui la sua sede rappresentando i cinque paesi di San Giorgio, Aurava, Pozzo, Cosa e ovviamente Provesano. La villa è anche sede dello storico C.C.R.P., Circolo Culturale e Ricreativo di Provesano. Oggi esiste Provesano Unita che fa da tutor gli aspetti storici e artistici del paese e da promoter di eventi ludici e ricreativi fra i quali le già ricordate Marcia del Rapar e Marcia delle Radici del Vino e organizzatrice del tradizionale falò.

La vecchia Scuola di Disegno e la memoria di Antonio Chivilò

Nell’ottobre del 2014, il signor Remigio Chivilò di Provesano raccolse oltre cento firme tra gli abitanti del comune perché venisse dedicata una via del paese a suo nonno Antonio per conservarne la memoria presso le nuove generazioni per l’impegno sociale e politico che esso profuse nel secolo passato. Dopo un primo rifiuto da parte dell’amministrazione comunale la richiesta mutò nell’intitolazione ad Antonio Chivilò del Centro Polifunzionale ma alcuni mesi più tardi anche questa proposta fu respinta.

Antonio Chivilò (1880-1964)

Ma chi era Antonio Chivilò? Antonio Chivilò nacque a Provesano il 18 giugno 1880 da Leonardo e Anna Polon. La famiglia era contadina. Antonio era un piccolo proprietario terriero che coltivava direttamente la sua terra, allevava i bachi da seta, era viticoltore vivaista ed ha avuto anche una piccola frasca nella quale vendeva il proprio vino. Nel 1907 si sposò con Vittoria Pasquin da cui ebbe sette figli: sei femmine e un maschio. Abitavano nella casa oggi sita in via G. Da Tolmezzo n. 19 sulla Casarsa-Spilimbergo. La si raggiunge da piazza Risorta imboccando via Giuseppe Garibaldi e immettendosi sulla provinciale si gira a sinistra per tornare verso Cosa e il capoluogo. Antonio Chivilò era una persona comune, laboriosa, dignitosa e attenta al mondo che si muoveva attorno a lui e attiva sul piano sociale e politico. Comprava e leggeva regolarmente il giornale, diffondendo poi le notizie che trova più significative e interessanti tra i parenti e i vicini. Era anche un militante politico, un simpatizzante socialista e in seguito comunista ma frequentava comunque la messa domenicale. La sua militanza era accompagnata da un impegno concreto in favore della crescita sociale e economica di Provesano e con una considerazione particolare verso gli strati più fragili della sua comunità. La sua opera in favore di Provesano e i brevi cenni della sua vita sono stati documentati e divulgati in un libretto scritto dal giovane bibliotecario Francesco Destro di Domanins.

Un’intitolazione ad Antonio Chivilò del Centro Polifunzionale sarebbe emblematica nel dedicare all’uomo il luogo che esprime la vitalità sociale e culturale di un paese. Una strada rappresenterebbe ancora meglio il suo operato volto anche al progresso economico, all’istruzione scolastica e alla diffusione del sapere. Il lavoro e la sua vita famigliare si accompagnarono con l’impegno attivo nella Latteria Turnaria, nella Cooperativa di Consumo, nella scuola e in particolare nella sezione di Scuola di Disegno da lui voluta e creata. Nella Latteria fece parte del direttivo. Nel 1923 e nel 1924 viene eletto tra i membri del Consiglio direttivo, mentre dal 1925 al 1927 ricopre l’incarico di revisore dei conti. Nel 1933 è nuovamente consigliere per qualche mese e poi dal 1936 al 1940 svolge la funzione di revisore.

Antonio Chivilò rivestiva un ruolo di primo piano nella fondazione della Cooperativa di Consumo di cui sarà a lungo presidente e anche segretario. Una lettera del 1914 inviata alla Deputazione provinciale di Udine da Chivilò stesso, in veste di Presidente della Cooperativa di Consumo, a sostegno della campagna per ottenere lo spostamento delle imminenti elezioni comunali e provinciali dal mese di luglio a quello di dicembre, consentendo così agli emigranti stagionali rientrati nei paesi d’origine di partecipare al voto.

La vecchia scuola Provesano-Cosa

Le imprese edili che operano nei cantieri dell’Europa centro-orientale hanno forte bisogno di maestranze qualificate da impiegare: da qui l’esigenza di creare, in Friuli, un percorso di formazione professionale specifica, in particolare nel campo del disegno applicato, che trova risposta con la nascita delle Scuole di disegno. A Provesano la Scuola di Disegno si costituì nel 1909 grazie all’impulso dell’avvocato Francesco Concari. Nello stesso anno la Cassa Rurale e il Patronato Scolastico crearono a San Giorgio le Scuole operaie di avviamento professionale, composte da una sezione femminile di economia domestica e da una sezione maschile di disegno. Antonio Chivilò, che della scuola di Provesano è segretario e cassiere sosterrà sempre con vanto il successo di questa istituzione che lui stesso ha contribuito a far nascere. Fu la sua esperienza di lavoro all’estero, vissuta in prima persona da Antonio Chivilò, che lo portò a riconoscere l’importanza di un’istruzione professionale accessibile a tutti i lavoratori: “Constatavo personalmente che quelli operai specializzati che conoscevano il disegno, erano ben quotati e portavano all’estero il vanto del nostro Friuli”. Così dichiarò il volenteroso cittadino fautore del progresso sociale. La “Relazione finale della Scuola professionale di Disegno Provesano” per l’anno scolastico 1925-26, redatta dall’insegnante Giuseppe Portale, viene trasmessa al Sindaco di San Giorgio con nota del Chivilò, nelle veci del Presidente. Dal documento apprendiamo che gli allievi frequentanti, circa trenta, sono suddivisi in tre corsi, che si svolgono in orario serale da novembre a maggio dell’anno successivo. A conclusione delle lezioni si tengono le prove orali e grafiche cui hanno preso parte venti studenti di cui diciassette di loro sono stati promossi. Nel 1930 il Podestà chiede al Consorzio Provinciale per l’Istruzione Professionale di Udine di prendere in considerazione la chiusura della scuola di Provesano, facendo confluire gli iscritti a San Giorgio: troppi sono gli allievi provenienti da Gradisca, che beneficiano di un servizio per il quale il Comune di Spilimbergo non sborsa una lira perciò sarebbe preferibile creare un unico polo scolastico nel capoluogo comunale, a tutto vantaggio dell’economicità e della funzionalità dei cittadini residenti. Il Consorzio provinciale, nel dicembre successivo, respinge al mittente la richiesta, ritenuta penalizzante per la circoscrizione didattica e per gli abitanti di Provesano e frazioni limitrofe. Nel 1937 però, il Senatore udinese Luigi Spezzotti, Presidente del Consorzio Provinciale delibera la fusione delle scuole di San Giorgio e Provesano in un unico ente con sede nel capoluogo e nomina il Podestà Elia Crovato commissario per l’amministrazione straordinaria.

L’impegno sociale di Antonio Chivilò andò di pari passo con le sue idee politiche e il suo comportamento non in linea con i principi, il codice e i rituali quotidiani del regime fascista. Per questo suo atteggiamento e posizione da “obiettore” del fascismo fu sempre perseguitato dalle autorità locali e boicottato nelle sue attività.

Antonio dichiarò che un giorno: “Il 15 giugno 1923 nel mentre mi trovavo in campagna a tagliare foglie di gelso, vennero quattro fascisti a cercarmi, mi strapparono dalla pianta e calci nel sedere mi condussero in paese, chiedendomi la chiave dell’ufficio per vedere, secondo loro, la camorra che si stava facendo”. Nel 1931 fu rimosso dall’ufficio di segretario della Cooperativa di Consumo da parte del commissario prefettizio Elia Crovato. All’interno dell’ambiente della Latteria Turnaria, il Chivilò stesso denunciò un contegno ostile tenuto nei suoi confronti. Per quanto riguarda la sua tanto auspicata e voluta Scuola di Disegno, lo scioglimento dei suoi corsi e la fusione delle due scuole di Provesano e San Giorgio furono azioni intraprese allo scopo di allontanare lui e altri elementi indesiderabili dalle loro attività.

Le sue vicende biografiche hanno motivato la scelta dei molti firmatari di Provesano di dedicare una targa commemorativa ad Antonio Chivilò accompagnata dall’aggettivo “antifascista”. La sua militanza politica proseguì anche nel dopoguerra con la partecipazione al primo Comitato di Liberazione di San Giorgio fungendo anche da vice sindaco. Non sembra abbia preso parte alle formazioni militari partigiane durante il biennio dell’occupazione tedesca. Fu iscritto al Pci con lo svolgimento di determinati ruoli. Come ogni persona, Antonio Chivilò va considerato per tutto ciò che ha fatto per il bene della società. Di lui si può dire che fu anzitutto onesto ed integerrimo con il prossimo, fu instancabile nel suo operato a favore della popolazione meno abbiente. Antonio Chivilò va ricordato anche per il fatto che il frutto del suo impegno sociale è stato da lui ottenuto scontrandosi con le autorità. Egli si oppose al regime fascista da sempre, ancor prima del 1922, e non una conversione avvenuta alla “venticinquesima ora”. Il progresso sociale fu mosso dai suoi ideali ispirati a quel socialismo umanitario che vuole ridare dignità e opportunità agli ultimi, a chi è rimasto indietro e a chi nulla possiede. Riuscì a perdonare quegli squadristi che lo manganellarono e gli fecero bere l’olio di macchina per quell’umanitarismo che vede in ogni uomo una persona e non un nemico. Il 26 novembre 1964, mentre stava tornando dall’edicola dove era andato ad acquistare il consueto giornale, Antonio venne investito da un ciclomotore. L’uomo oramai anziano rimase ferito gravemente e, trasportato all’ospedale di Spilimbergo dove poco dopo morirà.

Rocca Jacoba: la dimora di Pim Fortuyn

Rimanendo in piazza Risorta rivolgiamo lo sguardo di nuovo verso la chiesa. Accanto all’area verde dopo il campanile fermiamoci alla seconda casa, al civico n. 3. Un’insegna in metallo posta su un elegante e ordinato muro di sassi riporta in stampatello minuscolo il nome di Rocca Jacoba. Essa era l’abitazione di proprietà di Pim Fortuyn, politico olandese assassinato a Hilversum nel 2002. Ma come mai un politico olandese aveva una seconda casa qui in Friuli a San Giorgio della Richinvelda? E chi era costui?

Pim Fortuyn (1948-2002)

Il suo nome completo, così com’è registrato all’anagrafe, è Wilhelmus Simon Petrus Fortuyn. “Pim”, come si fece chiamare da tutti, nacque a Velsen nell’Olanda settentrionale il 19 febbraio 1948. Della sua biografia conosciamo la sua parabola politica che purtroppo culminò tragicamente. Pim Fortuyn era dottore e assistente universitario in sociologia. Entrò in politica iscrivendosi dapprima al Partito Socialista e poi al Partito del Lavoro. Successivamente si avvicinò al partito Leefbaar Nederland “Olanda Vivibile” per poi staccarsi e fondare un proprio partito nel febbraio 2002: la Lista Pim Fortuyn di orientamento laico-liberale e antislamista candidata alle elezioni distrettuali e politiche di quell’anno.

Rocca Jacoba

A Provesano acquistò questa abitazione e si stabilì come residenza secondaria per amore per il Friuli e per i paesi della Richinvelda. Inoltre, Pim Fortuyn, dichiaratamente omosessuale, aveva una relazione con un uomo abitante del luogo. La sua morte è legata alle vicende politiche che lo hanno accompagnato negli ultimi anni. La Lista Pim Fortuyn era di orientamento liberale e laico, liberista in economia, a favore dei diritti degli omosessuali e delle donne, e sostenitore della democrazia diretta, del repubblicanesimo e in particolare aveva una posizione antislamista. Nei confronti dell’Islam, Pim Fortuyn aveva un atteggiamento di avversione. La sua posizione ideologica era ben lungi da considerarsi razzista. Il leader olandese non voleva espellere gli stranieri immigrati ma intendeva chiudere ed esercitare un controllo più rigido alle frontiere. Non apprezzava la cultura islamica perché troppe erano le differenze culturali con la cultura cristiana e perché gli immigrati musulmani nei Paesi Bassi non mostravano affatto volontà di integrazione, soprattutto per i diritti civili. Pim Fortuyn si richiamò al patriottismo nazionale il quale secondo lui doveva salvaguardare per prima cosa la libertà di parola e di espressione. Egli affermò in un’intervista: “In quale altro paese un leader eletto di un movimento importante come il mio può essere apertamente omosessuale?”. Una condizione quella dell’omosessuale, quale lui era, che difficilmente poteva godere degli stessi diritti in una società musulmana.

Rocca Jacoba adorna di fiori e bandiere olandesi per le onoranze alla memoria

Le sue posizioni politiche riscossero il consenso nella società olandese tantoché la Lista Pim Fortuyn nel marzo 2002 ottenne il 36% dei voti alle elezioni del distretto di Rotterdam diventando primo partito dopo trent’anni. Giungendo alla vigilia delle elezioni politiche di quell’anno, previste per il 15 maggio, il leader olandese rilasciò nella cittadina di Hilversum un’intervista per la sua campagna elettorale. Era il 6 maggio e all’uscita dalla stazione radiofonica venne assassinato dall’estremista Volkert van der Graaf, di orientamento ambientalista e animalista. L’omicidio suscitò un’eco enorme nel paese tantoché alle elezioni politiche la sua lista ottenne il 17% dei voti diventando il secondo partito nei Paesi Bassi.

Loquendi libertatem custodiamus”, l’epitaffio collocato sulla tomba di Fortuyn

I funerali ebbero luogo il 10 maggio nel suo paese natale, nella località Dreihuis di Velsen, con rito cattolico. Il 20 luglio 2002, dopo un giro d’onore su Rotterdam, il corpo di Pim Fortuyn è stato trasportato in aereo a Provesano in Italia, dove è stato sepolto in un mausoleo appositamente realizzato per lui. Questa tomba è stata fatta da un amico italiano, Bruno Ambrosio. Sulla tomba è inciso il seguente epitaffio: “Loquendi libertatem custodiamus”, il quale tradotto significa “salvaguardiamo la libertà di parola”.

La cerimonia si svolse portando la bara da Rocca Jacoba all’interno della chiesa per la benedizione e l’omelia del parroco dopodiché è stata tumulata nel camposanto. Fu presente alla celebrazione Franco Grillini, deputato del Parlamento nazionale e presidente dell’Arcigay. Bruno Ambrosio, piastrellista e amico di Pim Fortuyn col quale fece conoscenza in occasione di un lavoro all’università in una città olandese, istituì la Fondazione Pim Fortuyn la cui sede si trova in un vecchio e restaurato edificio di Provesano sito in via Giuseppe Mazzini n. 20.

La Pim Fortuyn Foundation

La Latteria Sociale Turnaria del Novecento

Lasciamo ora piazza Risorta e attraversiamo la strada provinciale dirigendoci verso la parte ovest di Provesano, al di là dell’incrocio semaforico. Entriamo nella “via del commercio” quella in cui emerge la vitalità economica del paese. In questa strada si trova lo storico bar di Domini, oggi chiuso, un salone di parrucchiera, un salumificio, un’azienda vivaistica produttrice di barbatelle, un’azienda di vendita di piante e fiori nella via laterale Caterina Percoto, un’impresa edile e poco oltre vi è un Ranch Bazar di tessuti nella laterale che conduce a Barbeano e un’azienda di riparazione di trattori. Vi sono anche sedi e uffici di libere professioni.

Via Mazzini conclude il suo tratto sfumando nei campi, nella vasta area prativa della Richinvelda e poi una sua laterale di sinistra, via dell’Ancona, conduce al camposanto e nella zona dove gli abitanti di Provesano usano allestire e consumare il loro tradizionale falò epifanico. Nella via Mazzini esisteva anche una Latteria Sociale Turnaria costituitasi nel 1906 con la nascita e lo sviluppo successivo delle forme cooperative cui la Cassa Rurale di Prestiti e i proprietari terrieri illuminati hanno contribuito con le loro iniziative. La Latteria Sociale aveva la propria sede nell’edificio ai civici n. 30 e n. 32 e si configurava nella nuova formula “turnaria” nella quale i soci stringevano un patto associativo, versando una quota stabilita, ed eleggevano un consiglio di amministrazione con un presidente, una dozzina di consiglieri, un segretario, un cassiere e assumevano e stipendiavano un casaro. Poi a turno, in base al latte via via conferito in un determinato arco di tempo venivano designati ad aiutare il casaro a far funzionare per una giornata la latteria. I contadini si sentivano strettamente legati alle loro latterie e che esse facevano tutt’uno con la stessa vita quotidiana dei soci. La vita della latteria in quegli anni si confondeva quindi con la vita del paese. Chiuse la sua attività nel 1973.

Via Mazzini (alla sinistra l’edificio della vecchia Latteria)

La famiglia Sabbadini e le loro opere a Provesano

A Provesano sono dedicate due strade dedicate a due grandi politici italiani dell’Ottocento, due uomini di pensiero e di azione che hanno fatto e vissuto il Risorgimento: Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini. Per caso e anche per un ironico senso del destino Provesano ha accolto due figure politiche del Novecento, molto diverse tra loro ma accomunati dalle vicende controverse e drammatiche, come Antonio Chivilò e Pim Fortuyn che abbiamo già avuto modo di conoscere visitando piazza Risorta. Abbiamo visto la volontà degli abitanti di ricordare l’antifascista Chivilò con una targa commemorativa non però realizzata. In un’abitazione di via Garibaldi, la strada collega piazza Risorta con la provinciale, si può notare l’opera di restauro della insegna del paese risalente al ventennio fascista con la scritta “Provesano” e due simboli littori ai lati quale recupero di un elemento storico-urbanistico nazionale tipico di un’epoca. Per un’altra ironia della sorte, in via Giuseppe Mazzini è tuttora presente una sontuosa villa settecentesca appartenuta alla famiglia di un garibaldino.

Uno scorcio serale di villa Madrisio-Sabbadini

La villa apparteneva ai Sabbadini, una ricca famiglia di dottori, sacerdoti e uomini illustri di rare virtù che lasciarono una loro impronta nella storia di Provesano. Originari di Vito d’Asio andiamo a conoscere i loro componenti.

Don Mattia Sabbadini nacque a Vito d’Asio nel 1751. Intraprese gli studi seminaristici e divenne sacerdote. Nel 1789 gli fu assegnata la parrocchia di Provesano. “La terra nutre tutti e più se le dà più rende” è una massima che don Sabbadini usava impartire ai suoi parrocchiani. La coltivazione della terra, l’allevamento del bestiame, l’etica del lavoro unità ad una particolare generosità erano i pilastri del suo insegnamento che affiancava alla sua attività pastorale verso la popolazione. Il lavoro, la giusta economia e la carità erano i valori che purificavano l’uomo e il contadino dai suoi vizi. Fu parroco di Provesano per oltre cinquant’anni. Morì nel 1840.

Lorenzo Sabbadini (1782-1843) era il figlio di Antonio fratello di don Mattia. Fu notaio e nobile di Concordia Sagittaria insignito con Bolla Papale. Aveva beni a Vito d’Asio e a Udine. Sposò la contessa Alessandra Braida di Udine da cui ebbe nove figli. A Gradisca al Tagliamento acquistò case e terreni dai Leoni mentre a Provesano comperò la residenza di villeggiatura di Lucrezia Madrisio e Marzio, proprio quella situata tuttora in via Mazzini n. 25.

Una vecchia istantanea di villa
Sabbadini-Truant

Dei nove figli di Lorenzo e Alessandra si distinsero Antonio Sabbadini (1826-1894) dottore in Scienze Naturali scrisse il Saggio sui vegetali dello Spilimberghese nel 1898, egli fu sindaco del comune di San Giorgio dal 1877 al 1888, principale fautore dell’annessione di Provesano a San Giorgio. Daniele Sabbadini (1832-1907) fu sacerdote a Barbeano nel 1855 e poi a Pozzo. Cominciò la carriera ecclesiastica sperimentando le dure angustie del vaiolo. Curò e assistette i parrocchiani con zelo, sacrificio e generosità. Insegnò la carità, il catechismo e la preghiera verso la Vergine Madre alla cui devozione omaggiò con un altare nella chiesa. Fu assegnato poi a Vito d’Asio, paese dei suoi antenati che amò molto, e a Meduno, Pradis e Casiacco. Don Daniele non si limitò alle sole attività pastorali ma, come lo zio don Mattia a Provesano, si adoperò per il miglioramento dell’economia della comunità, incentivando le attività di allevamento del bestiame, di frutticoltura, della costruzione di nuove strade. Amico del Conte Giacomo Ceconi di Montececon raccomandò a lui molti uomini e giovani che avevano bisogno di lavorare, in Italia e all’estero.

Lorenzo Sabbadini (1842-1905) fu medico condotto e sindaco del comune di San Giorgio. Si laureò in Medicina a Napoli città nella quale si trasferì per sottrarsi alla dominazione austriaca da agitatore risorgimentale quale lui era. Garibaldino, Lorenzo si distinse per l’indipendenza a Udine nel 1866 e nella guerra contro il Papato nel 1867.

Copia di un vecchio documento su
Lorenzo Sabbadini (1842-1905)

Egli partecipò con onore al corpo di spedizione di Nino Bixio nella storica giornata del 20 settembre 1870. Aprì uno studio medico a Udine. Lorenzo Sabbadini sposò Antonietta Missana da cui ebbe tre figli fra cui uno dei quali fu Daniele, uno dei primi presidenti della Società Anonima Cooperativa di Consumo, che abbiamo già visto. Fu anch’esso sindaco di San Giorgio. La generosità fu la sua principale motivazione spinta dalla necessità di combattere per prima cosa la piaga della fame, la peggior malattia dell’epoca per la popolazione. Lorenzo Sabbadini fu cugino acquisito di Domenico Pecile perché la moglie Antonietta era nipote di Gabriele Luigi Pecile. Figlio di Lorenzo medico fu Ugo Pietro Sabbadini (1881-1961) dottore in agraria e frutticoltura. Pietro condusse le terre paterne e, dopo la prima guerra mondiale, ne acquistò altre di qualche centinaio di ettari con quattro fattorie a Provesano, due fattorie a Domanins e qualche decina di case padronali e coloniche. Nel 1909 divenne sindaco di San Giorgio e nel 1914 sposò la contessa Augusta di Spilimbergo-Domanins. Combatté nella Grande Guerra nel reparto motorizzazione. Pietro Sabbadini si dedicò all’agricoltura, alla frutticoltura, all’allevamento dei bachi, dei conigli e degli uccelli. Dotò i propri coloni di trattori, moto-aratrici e di altri macchinari. Partecipò alla fiera di Milano e alla fiera del Levante di Bari. All’inizio del 1936 partì per l’Africa Orientale Italiana. Ritornò in Italia nel 1942 e continuò la sua attività fino alla morte che lo colse nel 1961. Lorenzo Sabbadini medico nella seconda metà dell’Ottocento fece costruire una sontuosa villa sita in via Gianfrancesco da Tolmezzo n. 1.

La villa presenta due ampi saloni al piano terra e al primo piano. Arricchì le sale con degli affreschi opera del pittore udinese Antonio Picco che eseguì nel 1872. La sala al primo piano presenta un soffitto costruito con travatura alla Sansovino. La sala ha quattro porte e tra l’una e l’altra vi è un cornicione ciascuno con un affresco: da una parte il Golfo di Palermo e dall’altra Napoli veduta da Capodimonte dipinti ad olio con graziosi effetti di luce. Ai quattro angoli della stanza ci sono quattro medaglioni dipinti a tempera con le stagioni: la primavera raffigurata con l’arte della pesca, l’estate con il bagno, l’autunno con la vendemmia, l’inverno con la caccia e la neve. Sopra le porte notiamo quattro cornicette di forma quadrata con dipinti in bassorilievo le Scienze, le Arti, il Commercio, l’Industria, l’Agricoltura. La proprietà della villa passò a Hind e attualmente ad Alessandro Truant, titolare di un’azienda agricola di produzione di barbatelle.

La vecchia Molevana: la Regina Pacis e il vecchio mulino

Parallela a via Mazzini è la via Molevana che parte da via Gianfrancesco da Tolmezzo fino a perdersi nei campi. E’ questa la vecchia strada che conduceva a Spilimbergo prima della costruzione di quella attuale. Con la via Mazzini si congiunge con due strade, corte e strette: via Boschetto e via Ciasteler.

Via della Molevana

All’incrocio tra via Molevana e via Boschetto si trova una chiesetta dedicata alla Madonna “Regina Pacis” un piccolo edificio di culto frutto della donazione di una famiglia del luogo nella seconda metà dell’Ottocento. Nel 1956 è stata ricollocata la statua della Vergine all’interno del capitello. L’edificio fu ricostruito dopo il terremoto del 1976. È tradizione a Provesano celebrare la Vergine nel mese di maggio con una processione con fiaccolata attraverso la via centrale del paese al seguito della statua della Madonna della Pace, sino alla chiesetta di via Molevana. Esso è formato da un’unica aula con un portico e un crocifisso e un ulivo al suo lato.

All’incrocio tra via Boschetto e via Molevana si trova l’acquedotto. Sulla cui roggia un tempo c’era il vecchio mulino. Il mulino di Provesano si trovava all’inizio della strada per la Molevana, oggi tra via Boschetto e via Mazzini, e aveva tre macine, una per il grano e due per altri cereali. Ne era proprietaria la parrocchia. Cessò l’attività nel 1906.

Al civico n. 8 di via Boschetto vive l’artista Alfredo Pecile, pittore e scultore si è formato in Argentina, dove è nato nel 1954, presso la Scuola Nazionale di Belle Arti di Buenos Aires e poi in Italia presso la Scuola di Arte e Mestieri Giovanni di Udine nel capoluogo friulano. Alfredo Pecile opera la scultura con diversi materiali dalla pietra, al cemento e al legno. Inoltre, egli sperimenta la sua creatività in combinazioni e assemblaggi di plastica e altri materiali, svolgendo anche attività di laboratorio rivolte in particolar modo ai bambini. Nel capoluogo San Giorgio ha realizzato “Il Dono” il Monumento ai donatori di sangue in occasione dei primi cinquant’anni di vita della sezione comunale A.F.D.S. di San Giorgio della Richinvelda e collocato nel giardino della Biblioteca Civica.

Il tradizionale falò di via dell’Ancona

I Magredi e la via verso il Cosa e il Tagliamento

Lasciamo via Molevana e ritorniamo sulla via Gianfrancesco da Tolmezzo reimmettendoci quindi sulla strada provinciale. A sinistra proseguiamo verso Spilimbergo e l’alta pordenonese, e verso Dignano che ci apre le porte della provincia di Udine. Il confine comunale passa attraverso il ponte sul Cosa che oggi è solo stradale mentre fino al 1987 era attiva anche la linea ferroviaria che passava anch’essa sopra il torrente.

Dall’uscita di via Molevana attraversiamo la provinciale ed entriamo nella via Magredi, passando il sottopassaggio dei binari della vecchia ferrovia ormai dismessa. Essa ci porta ad incrociare via Losis che sale dalla frazione di Cosa. Continuando per via Losis si entra nella zona delle grave e delle boscaglie a est del camposanto di Cosa per giungere al Cosa e poi alla sua confluenza nel Tagliamento.

Incamminiamoci quindi a piedi verso queste zone magre e petrose che ci portano a conoscere un fiume che ha visto la storia dei popoli e della Patria italiana nella sedicesima parte del nostro viaggio.