La terra magra e petrosa

I Magredi, il Meduna e il Bosco di Arichis

Il torrente Meduna

Tra l’abitato del capoluogo San Giorgio e il Meduna, un tempo, si estendeva la prateria della Richinvelda, da cui prende nome il Comune. Prima di cominciare il viaggio bisogna conoscere l’origine della parola “Richinvelda”.

Il termine “Richinvelda” deriva dalla composizione di due parole: da “Arìchis” e del termine germanico “Wald”, “bosco”, per cui avrebbe il significato di “bosco di Arìchis”; secondo altri, invece, deriverebbe dall’unione dei termini tedeschi “Rik”, “zona ricca o regia”, e “Feld”, “campo”, per cui andrebbe interpretata nel senso di “prato regio o terra privilegiata”. Quindi, Richinvelda da un lato rappresenta una descrizione geografica, da un altro, una condizione sociale ed istituzionale di una certa importanza dovuta, non tanto a un’economia e ad un suolo fiorente, ma a una serie di privilegi speciali di cui nell’Alto e Basso Medioevo la Pieve di Cosa godeva. In quel periodo, la Pieve di San Giorgio di Cosa comprendeva anche molti villaggi vicini, al di fuori dell’attuale Comune di San Giorgio della Richinvelda. Oltre all’attuale parrocchia di San Giorgio in essa rientravano anche le ville di Cosa, Provesano, Pozzo, Aurava, Rauscedo, Domanins, San Martino, Arzenutto, Postoncicco, Arzene, Valvasone, Barbeano, Gradisca, Turrida, Redenzicco, Rivis e Grions.

Rammentando che il corso del torrente Meduna è mutato varie volte nel corso dei secoli, il Bosco di Arìchis era quell’area verde – e appunto boscosa – che, assieme alla terra pietrosa accanto al torrente, era compresa tra i tre corsi d’acqua del Cosa, del Tagliamento e del Meduna. L’argine meridionale era segnato dalla villa di Arzene (da cui il nome agger “argine”), il qual limite segnava a sua volta, nell’epoca romana antica, la centuriazione di Zuglio Carnico, separando la Richinvelda dalle zone meridionali rientranti invece nell’Agro Concordiese.

Cominciamo il nostro viaggio nel territorio di San Giorgio della Richinvelda partendo da sud, ossia da Castions di Zoppola o dallo svincolo della Strada Regionale Cimpello-Sequals, provenendo da Pordenone e dal Veneto.

All’incrocio tra la Strada Provinciale 6 Spilimbergo-Pordenone con la Strada provinciale 58 che porta all’abitato di Arzene verso le Grave si colloca l’ingresso di quella che era l’antica Pieve di San Giorgio di Cosa. Questa strada che da Castions porta a Domanins fu costruita nel 1887-1889 dai frazionisti del paese sotto l’opera del Piovego e con il denaro ricavato da questo lavoro riuscirono ad ultimare il campanile. L’altra strada che porta alle Grave di Arzene, come accennato, è il residuo dell’antichissima Strada Romana Postumia, la via di papi ed imperatori, di Pio VI e Napoleone Bonaparte. Oggi essa è un viale alberato mezzo alla campagna. A destra, all’angolo tra la Spilimbergo-Pordenone e la via delle Gravis scorre un rumoroso torrente dietro i platani e gli olmi. Appena dopo di esso, nascosto dalla vegetazione si trovano le vecchie fornaci della ditta Ermacora oramai dimessa. A sinistra, quasi difronte alle fornaci vi è, anch’essa ormai disabitata, la casa di “Dalmina” anch’essa seminascosta dietro una fitta rete di arbusti e cespugli.

L’ingresso dell’antica Pieve

Il primo tratto del viale di entrata fa parte oggi di Arzene e del comune di Valvasone Arzene. Proseguendo per poco meno di un chilometro si entra nel comune di San Giorgio della Richinvelda e precisamente nella frazione Domanins la quale assieme a Rauscedo, posto poco più su a nord-ovest, compone l’appendice meridionale del territorio.

Il cartello stradale che riporta in alto il nome del Comune con il titolo “Le radici del vino”, sotto il paese gemellato di Montcuq e sotto ancora le iscrizioni “Città del vino” e “Comune delle cooperative”.

Questo lembo di terra presenta una natura diversa dalla boscosa Richinvelda posta tra San Giorgio, Rauscedo e San Martino al Tagliamento.

Come si evince, due sono gli elementi geografico-ambientali caratteristici che definiscono questo lembo di terra: il torrente Meduna e la zona dei Magredi. Il greto di questo torrente che nasce dai monti Burlaton, Dosaip e Caserine Alte e che va a confluire nel Livenza nella località Ghirano di Prata di Pordenone, è a breve distanza dalla strada provinciale, localizzato alla propria sinistra per chi percorre il tragitto verso l’abitato di Domanins.

Il Meduna, nei suoi periodi di secca è zona di manovre ed esercitazioni militari data la presenza di molte caserme, polveriere e depositi militari nelle zone limitrofe (Arzene, Cordenons, Vivaro, Tauriano). E’ uno dei luoghi che ospita la prestigiosa manifestazione motoristica fuoristrada Italian Baja gara di rally di auto, moto e quad nata nel 1993 e che si svolge in mezzo ai campi e passa attraverso nel greto del Meduna e anche del Cellina.

Talvolta il greto è stato anche occasione di raduni non autorizzati dei gruppi giovanili più variegati: di Figli dei fiori, di moderni hippies o simili o di rave party. Si radunano anche giovani comuni dei luoghi vicini per feste e scampagnate, gare di rallies o gimkane con automobili per puro diletto.

Vicino agli argini del torrente, i prati verdi adiacenti sono stati spesso in passato, ma anche nel presente, luoghi di ritrovo per pic-nic, soprattutto nel giorno di Pasquetta (i pastus) e delle cerimonie e porchette all’aria aperta dell’associazione donatori di sangue di Domanins (in località Ciampagnatis o Frabosc), molto attiva e presente nella vita sociale del paese.

La steppa attorno al Meduna e al Cellina è zona del Magraid famosa corsa non competitiva della zona.

Un’immagine dell’Italian Baja

Attraverso le distese della Richinvelda, vengono organizzate altre due marce non competitive: la “Marcia del Donatore di sangue” che si tiene il 2 giugno giorno della Festa della Repubblica e della Costituzione, nella qual occasione a San Giorgio viene organizzata la Giornata dello Sport nel plesso polisportivo comunale. La manifestazione, nata nel 2010, è organizzata dalle tre sezioni dell’Associazione Friulana dei Donatori di Sangue A.F.D.S. del comune. Da ultima la “Marcia delle Radici del vino” che dal 2015 si tiene la seconda domenica di ottobre in concomitanza con la omonima fiera vitivinicola.

Tra Domanins e il torrente Meduna è compresa una piccola porzione del territorio dei Magredi, zona caratterizzata da un suolo di ciottoli e ghiaie grossolane che scendono in profondità per parecchi metri. Un tempo erano prati che venivano utilizzati per la pastorizia, la fienagione e la raccolta di legni e sterpi. In passato era molto diffusa la pratica dell’estrazione delle zolle per la costruzione di abitazioni, per la raccolta dell’erba medica e per la fabbricazione artigianale di attrezzi domestici.

Quasi a dar l’idea di un’atmosfera senza tempo, il paesaggio dei Magredi è pertanto costituito da ampie superfici con marcata aridità anche se la sua vegetazione è assai varia e, dal punto di vista naturalistico, è uno degli ambienti più importanti del Friuli Venezia Giulia. Le colture prevalenti sono il mais, la soia e i frutteti nonché la vite. Per quanto riguarda quest’ultima, si deve sottolineare la presenza sia di vigneti da produzione, sia di campi in cui si coltiva la vite americana utile per gli innesti per la realizzazione delle barbatelle.

La distesa sassosa

È un territorio povero di risorse d’acqua e dal torrente Cosa già nel XIII secolo si derivò la “Roggia di Lestans” o “Roggia dei mulini”, che fornì acqua potabile ed energia meccanica fino all’inizio del XX secolo.

La flora

La ricchezza floristica è tra le più alte di tutte le formazioni vegetali della regione, fra le più importanti vi sono la Brassica glabrescens, una specie che a livello mondiale è esclusiva dei magredi pordenonesi, la Matthiula fruticulosa ssp. Valesiaca, la Centaurea dichroantha, l’Euphorbia triflora ssp. Kerneri, la Stipa pennata e altre. Una pianta rara di origine steppica è la Crambe tataria diffusa nelle steppe dell’Europa orientale e dell’Asia centrale e presente solo in poche stazioni dei Magredi.

Anche la fauna annovera delle specie caratteristiche della steppa o di ambienti aperti, come ad esempio la lepre, alcune specie di lucertole, serpenti, anfibi e numerose specie di insetti. Si possono poi osservare varie specie di rapaci come la poiana (Buteo buteo), l’albanella minore e reale (Circus pygarsus e cyaneus), il gheppio (Falco tinnunculus), il pellegrino (Falco peregrinus) e altri. Tra gli uccelli troviamo poi la starna, l’occhione, il corriere piccolo, la pavoncella, il cuculo, il succiacapre, l’upupa e altri uccelli anche di minori dimensioni. Nelle aree più boscose trovano riparo cervi, caprioli e cinghiali che giungono dalla pedemontana.

La fauna

Dal 1978 questo territorio è tutelato e protetto dal Piano Urbanistico Regionale Generale. La Riserva di Caccia di San Giorgio della Richinvelda è una delle più estese e ricche del circondario. Il clima è temperato con piogge frequenti anche d’estate, a causa dell’elevato numero di temporali; le stagioni più piovose sono l’autunno e la primavera. La temperatura media annua è di 13 °C e varia dai 3 °C medi di gennaio ai 23 °C medi di luglio. Le temperature possono occasionalmente scendere al di sotto dei -10 °C in inverno e superare i 35 °C d’estate.

Il Meduna e la Selva di Domanins

La campagna dei Magredi appare immensa ad un primo sguardo nella quale il paese di Domanins, il primo che si incontra, appare un piccolo villaggio immerso in un mare vasto di campi coltivati, di prati verdi e aree boscose fiancheggianti il Meduna alla propria sinistra.

Entrando nei Magredi, ad accogliere il visitatore ci sono due realtà commerciali isolate nel bel mezzo di quella campagna a un chilometro di distanza dalle prime case di Domanins. Alla sinistra c’è la Trattoria Carantan – Brace e Cultura e, poco dopo sulla destra, l’azienda vitivinicola Cantina e Vigneti I Magredi, una delle tante del territorio e prodotto e icona di una zona storicamente fruttuosa e fortunata per il vino. E a margine della strada si può ammirare il mosaico di vigneti disegnato a lato degli edifici, divenuto simbolo del territorio e della sua peculiare economia nonché immagine principale dell’Inno di San Giorgio della Richinvelda creato dall’Associazione Radici del vino nel 2017.

A destra come a sinistra, il visitatore noterà i numerosi campi coltivati, i numerosi prati verdi e le boscaglie talvolta fitte e cespugliose. Luoghi ameni talvolta ricchi di canalette e acquitrini. Proseguendo a nord, dopo un circa un chilometro, si giunge alle prime case di Domanins percorrendo la via del Sole.

A destra, dietro la Falegnameria Artigiana Iroko di Lenarduzzi, di là dei campi e dei prati si raggiunge la “Possa dalla riva” un piccolo laghetto naturale che era frequentato fino a qualche decennio fa da pescatori o da giovani che si divertivano a giocare sulla sua superficie ghiacciata negli inverni molto freddi. Nell’Ottocento, queste pozze d’acqua spontanee erano utilizzate dalle famiglie per abbeverare i propri armenti. Abbeveratoi per pecore, capre e, col Novecento, per le mucche. Negli ultimi decenni, con l’avvento del progresso e del benessere diffuso, le pozze come questa diventarono un luogo di incontro e di gioco per i bambini e fanciulli.

Continuando ancora per qualche centinaio di metri si giunge all’altezza di una curva secca volgente a destra, e proprio sull’angolo della curva, a sinistra spicca un piccolo capitello religioso posto accanto all’entrata del lungo viale ornato di cipressi che conduce al camposanto. Il capitello con l’effigie in mosaico della Vergine è la Madonna dell’Ancòna risalente al XVI secolo, quale espressione della devozione religiosa popolare, dedicato alla Vergine Madre e alla sua invocazione per la protezione dei campi contro l’esondazione delle acque del Meduna. La Santa Madre veniva invocata con suppliche e preghiere a protezione del vicino argine sul Meduna. I campi circostanti venivano appunto chiamati “i ciamps dall’ancona”.

Le “ancone di pietà” sono molte diffuse nella zona, nella sponda opposta del comune e nel territorio circostante per la protezione dalle acque del Tagliamento. Originariamente, questa piccola nicchia conservava una statuetta protetta da un vetro. Nel 2008 essa è stata restaurata nella sua struttura in marmo e tinteggiata. Negli anni seguenti e fino al 2014 sono stati collocati, al posto della statuetta, tre mosaici raffiguranti la Madonna col Bambino Gesù (fronte), il viaggio al calvario di Gesù carico della croce (destra), l’Assunzione di Maria al cielo (sinistra).

La Madonna dell’Ancona collocata all’entrata del camposanto
Oggetto di devozione popolare per la difesa delle case e dei campi dalle acque del Meduna

La strada che proviene dal centro di Domanins all’ancona è chiamata giustappunto via Meduna mentre proseguendo alla sinistra del capitello dedicato alla Madonna, a lato della Strada Provinciale si entra nella località denominata Selva, un antico nucleo di case sparse diviso dal torrente Meduna che, secoli addietro era contiguo con le abitazioni del Borgo di Rauscedo mentre oggi è una borgata di Domanins di una discreta vitalità. La “Selva” è attestata sin dal 1325 da una nota del Vescovo Artico di Concordia.

La borgata si divide in due parti: la Selva di Sotto proseguendo diritti verso sud; la Selva di Sopra svoltando invece a destra. La via Boschit le taglia e ne unisce la biforcazione collegandole alla Provinciale verso Castions. Nel novembre 2020, questa strada ha mutato nome in due tratti: “via Luigi Pellegrin” dalla provinciale all’incrocio con via Selva di Sotto e “via dei Donatori” da quest’ultimo incrocio fino al successivo con via Selva di Sopra. Prima di entrare nella Selva, una traversa sulla destra “via Piancavallo” porta nella zona del Frabosc dietro al camposanto. Così denominata dal monte che è perfettamente visibile nel panorama, percorrendola fino in fondo, in special modo nelle nitide giornate di sole.

La Selva di Domanins

La Selva è il luogo privilegiato di luoghi adatti per pic-nic e scampagnate. In fondo alla strada “di Sotto” si giunge alle Cjampagnatis; oltre la strada “di Sopra” si arriva alla zona Frabosc. In un prato della via di Sotto, gli abitanti della borgata organizzano dal 2013 la Cena tai claps riservata a loro che vi dimorano ma anche a coloro che condividono le origini o rapporti di frequentazione assidua, secondo un preciso e rigido regolamento.

Questa borgata, assieme alle abitazioni dell’antico “Borgo” di Rauscedo è stata colpita diverse volte nel passato dalle piene del torrente Meduna, dato la pericolosa vicinanza del suo letto alle case. Il corso del torrente è mutato più volte nel corso dei secoli. A Domanins, un ramo del Meduna passava molto vicino al cimitero e tagliava la Selva in due parti separando la Selva di Sopra da quella di Sotto da cui i loro nomi.

A Rauscedo un piccolo affluente passava davanti alla vecchia chiesa che era eretta dove è l’attuale cimitero. A sud si dirigeva verso le fornaci e si ricongiungeva con l’altro ramo che si univa poi più a sud al Cellina e lambiva i paesi di Ovoledo e Murlis (quest’ultimo era posto sul lato destro del torrente).

Le cronache e le antiche mappe testimoniarono le frequenti esondazioni avvenute nel corso dei secoli a danno delle popolazioni limitrofe. Le comunità di Domanins e Rauscedo convissero per vari secoli con la minaccia costante delle esondazioni di questo torrente le cui acque, affiorando dal sottosuolo nei periodi di pioggia intensa, tracimavano spesso dagli argini e inondavano le abitazioni e le stalle con grave danno per la popolazione. Oltretutto, il letto del torrente si trovava più alto delle campagne circostanti a causa della continua alimentazione di pietre e sassi provenienti dalle montagne, apparendo assai minaccioso per gli abitanti vicini e aumentando l’entità dei danni. Ebbene, le acque del Meduna tracimarono diverse volte: nel 1361, nel 1567, nel 1580 e nel 1596. Esse allagarono case e campi a Domanins e a Rauscedo. In una sola annata rovinarono cinque fondi su dieci.

Nel 1558, le popolazioni dei due paesi vennero esentate dalle prestazioni dovute, in danaro e in natura, per un periodo di cinque anni. Dopo l’esondazione del 1567, il notaio Pompeo di Maniago aveva segnalato alle autorità che il Meduna aveva fatto “grandissimo male… menando via le case et altri mali”. Col 1580, le autorità della Repubblica di Venezia esonerarono per l’ennesima volta Rauscedo e Domanins dal pagamento delle “fazioni”, come erano chiamate le prestazioni, perché molti abitanti erano stati “costretti a mutar domicilio e fabricar nove abitazioni in altro luogo”.

Nel corso del Seicento fu perciò costruito un piccolo argine che riparò le due frazioni per un paio di secoli fino al 1823 quando si verificò un’esondazione catastrofica che allagò Domanins. In seguito a tale calamità e non essendo più sufficienti i vecchi argini e i ripari, i due paesi decisero la creazione del “Consorzio Rauscedo Domanins” allo scopo di adoperare tutte le forze economiche e materiali per il contenimento delle acque del Meduna. Esso si costituì nel 1826 (decreto Delegatizio I. R. 20 gennaio 1826, n. 748.22 IX) e durò fino al 1866 anno dell’annessione del Friuli al Regno d’Italia di Vittorio Emanuele II.

Esso fu un ente giuridico che si prefisse il compito di espropriare i terreni a lato degli argini, ripristinare gli stessi e vigilare l’area interessata, finanziandosi con un’autotassazione progressiva in base ai redditi e con i contributi del Comune. I primi presidenti furono: il nobile Giulio di Spilimbergo, don Bortolomeo Moretti di Rauscedo, Agostino de Bedin di Domanins.

Dopo anni di inattività, il 22 ottobre 1857 un’altra piena del torrente straripò dagli argini e inondò per l’ennesima volta i due paesi. Il Consorzio chiese aiuti finanziari alle autorità competenti e presentò il progetto dell’ingegner Alessandro G. Cavedalis: “… l’idea altre volte proposta dall’ing. Giobatta Cavedalis che è di rimettere nell’altro alveo del Meduna quel ramo che nel passato per la sua poca importanza chiamavasi la Brentella e che oggi convoglia la più gran parte delle acque con tanto danno dei due territori di Rauscedo e Domanins e dei sottoposti di Arzene, Orcenico, Zoppola e Castions”.

Tale progetto prevedeva la deviazione del corso del torrente. Nel 1862, il Consorzio, coi pochi fondi rimasti a disposizione, ripristinò a Domanins l’argine in corrispondenza del “prato del miedi” e, nel 1864, un secondo argine tra le strade verso il cimitero e verso Pordenone. Nel 1866, con l’annessione al Regno d’Italia, subentrò il Genio Civile che nell’arco di vent’anni realizzò definitivamente la deviazione del corso del Meduna (1886), ossia costruire un robusto argine a nord di Rauscedo in modo tale da unificare i due rami del torrente prima di raggiungere il paese medesimo.

La chiesa di San Girolamo in Selva

Alla data del 15 marzo dell’anno 1797, don Giacomo annotò la cronaca della giornata nel libro parrocchiale: “Alle ore 13 principiarono a passare di qui i francesi, ed il passaggio durò sei ore continue. Erano 18 mila e con questa truppa passò Buonaparte generalissimo dell’Armata d’Italia, sfilarono verso Valvasone diretti al Tagliamento, dove erano i tedeschi che li aspettavano con il principe Carlo in capo. Alle ore 20 principiò il combattimento e durò tutto il giorno fino a che i tedeschi non furono sconfitti (cioè alle tre di notte)”.

I combattimenti tra l’esercito di Napoleone e quello di Carlo d’Asburgo furono cruenti e il passaggio e l’occupazione delle truppe provocò molti danni e tragedie. Nel libro dei morti è annotato che nel 1800 nel giorno 18 giugno Leonardo Bisutti di Domanins “battuto dai Francesi il 16 morì”. Fu picchiato perché li aveva maledetti.

La memoria popolare vuole che a Domanins in seguito all’esondazione dell’ottobre del 1823 sia andata distrutta la Chiesa di San Girolamo in Selva, un piccolo oratorio collocato nella località Selva di Sotto, nella zona “Campo della Chiesa” e dedicato a San Girolamo confessore e dottore, patrono dei traduttori e degli studi archeologici. La storia ufficiale ne ha invece dato una diversa spiegazione.

La chiesetta era di modeste dimensioni. Aveva un campaniletto a vela e l’abside era di forma circolare. Al suo interno vi era l’altare con una sola pala che ci risulta restaurata nell’anno 1673. Essa si trovava a cento metri di distanza dalla casa condominiale del dottor Corrado Leon in via Selva di Sotto.

Questo capitello campestre era di origine molto antica, affondava le sue radici nell’epoca paleocristiana romana. La sua antichità è dimostrata dall’uso che la popolazione di Domanins di celebrare l’Ascensione con una processione che partiva dalla chiesa parrocchiale e di distribuire, alla vigilia, il pane ai poveri. Tale usanza valeva come una sorta di riconciliazione con la chiesetta della Selva nei confronti della parrocchiale di S. Michele Arcangelo di origine longobarda. La riconciliazione voleva dire avvicinare i poveri con i meno poveri ma anche affratellare i fedeli di origine e di diritto romano con i fedeli di origine e diritto longobardo.

Nel periodo napoleonico, le truppe francesi utilizzarono la chiesetta come magazzino e bivacco danneggiandola gravemente tantoché il vescovo Ciani nel 1822 ne decretò la demolizione. Nei decenni più recenti sono stati effettuati scavi in tale zona e sono state rivenute murature ben squadrate. Le mura e le campane dell’oratorio di Domanins furono trasportate dalla corrente e trovate interrate. Il materiale di risulta fu utilizzato nel 1845 per costruire la nuova parrocchiale di San Michele Arcangelo.

Le prove dell’esistenza di questa chiesetta di campagna sono attestate da una vecchia mappa austriaca e da una nota nel Libro dei Morti del parroco di Domanins don Giacomo Rizzolati del 28 febbraio 1797, nella quale menziona l’episodio di una donna sconosciuta che si presentò, ammalata e morente, a casa di un abitante della Selva e che, a morte avvenuta, non sapendo a quale confessione appartenesse, fu sepolta accanto al coro di tale chiesetta. La donna proveniva addirittura dal fiume Piave, zona di battaglie tra l’esercito austriaco e quello francese del generale Napoleone, la quale non aveva dato alcun segno o parvenza riguardo alla sua confessione religiosa. Molti furono infatti, fra i francesi, soldati di credo luterano o calvinista.

Visitata la Selva e il Meduna, ci addentriamo ora nel paese di Domanins nella seconda tappa del viaggio.

Domanins e la Selva in una mappa napoleonica del 1806