Il Castello sul Cosa

Il piccolo borgo degli antichi signori della Richinvelda

Tra il Cosa e il Tagliamento

Dalle grave di Aurava ritorniamo sui nostri passi su via del Popolo e ci fermiamo all’incrocio con via XX Settembre e ci troviamo difronte a Villa Abelardis. Ora abbiamo due soluzioni: ritorniamo verso piazza Orologio e subito a sinistra imbocchiamo via Ferrovia e poi via Marco d’Aviano che ci porteranno sulla Strada Provinciale Casarsa-Spilimbergo; continuiamo verso sud, imboccando via Friuli e seguendo la strada fino in fondo ci immettiamo nella grande arteria provinciale più a valle, a ridosso del confine con S. Martino. Da questo punto della Casarsa-Spilimbergo voltiamo alla nostra destra in direzione nord. Percorriamo la provinciale per circa tre chilometri. Alla nostra destra lasciamo via Padre Marco d’Aviano che ci porta nel centro di Aurava e a sinistra via Luchino Luchini che ci porta a San Giorgio; più avanti, sempre a destra, incontriamo di nuovo via S. Francesco d’Assisi che ci porta a Pozzo e a sinistra via Sopraorti; proseguendo oltre, incrociamo il termine della via Roma, l’arteria principale del capoluogo, che confluisce nella provinciale alla nostra sinistra; continuiamo questo percorso per circa ottocento metri finché giriamo a destra, all’altezza di uno spiazzo verde e sassoso con una baita di legno sullo sfondo. Procedendo ancora oltre, passando i binari della ferrovia, si giunge ad un incrocio con un capitello religioso alla propria destra e un grande palazzo signorile sulla sinistra. Oltre quell’incrocio entriamo nel paese di Cosa, villaggio nato attorno al XII secolo che prende il nome dal torrente omonimo. Il suo abitato è dislocato perlopiù alla destra del torrente e le sue “grave” continuano tra il torrente e il fiume Tagliamento.

Il casello ferroviario posto sulla via S. Antonio

La strada che stiamo percorrendo è via S. Antonio la quale collega la Casarsa-Spilimbergo al centro del paese di Cosa. Nel punto di incrocio a destra con la via Giacomo Zanella che porta al paese di Pozzo confluendo in via Alessandro Manzoni, notiamo che la strada compie una curva secca sulla quale vige la precedenza del percorso nel codice stradale. Essa rappresenta infatti il tracciato della vecchia Strada Comunale detta “Strada Militare” la quale proveniva dal centro di Pozzo, dall’attuale via Manzoni (ove vi è l’Osteria dal Picchio e la sede del Circolo Culturale e Ricreativo) fino all’incrocio seguendo la curva fino al centro di Cosa. La strada prosegue oltre, raggiungendo il camposanto e passando oltre fino al guado del torrente. Questa strada è forse stata una prosecuzione dell’antica Valvasona ossia l’antica strada che proveniva da Valvasone collegandola con Postoncicco, Aurava, Pozzo, Cosa. Via “Valvasona” è la strada di Pozzo situata dietro il vecchio Mulino al termine della omonima via Molino.

Palazzo Attimis-Maniago: il “Castello di Cosa”

Posizionandoci difronte all’angolo della secca curva che compie l’antica Strada Militare con alle nostre spalle il paese Cosa, notiamo un piccolo capitello a sinistra e una chiesetta più grande alla destra posta nel mezzo di una cinta muraria merlata e adiacente ad essa vi è un ingresso delimitato da due colonne con l’indicazione del cartello stradale “via del Palazzo”. Il piccolo capitello è un’edicola dedicata alla Madonna.

Madonna con Bambino

Un’unica aula rettangolare, con sopra una grande croce, contiene al suo interno un altare assieme al quale era presente una statua lignea della Madonna con Bambino del XVI secolo, opera poi trafugata nel 1986. Alla nostra destra si staglia l’Oratorio di S. Antonio. Composto da un’aula rettangolare, da un’abside poligonale e da un campaniletto a vela, esso presenta una nicchia sopra la porta d’ingresso con l’immagine del santo. Al suo interno si trovano tre statue in marmo bianco, databili al Seicento, rappresentanti Sant’Antonio da Padova predicatore francescano, San Luigi Gonzaga gesuita, San Giovanni Nepomuceno sacerdote e martire.

Oratorio di Sant’Antonio

Questo oratorio, piccolo ma ben costruito, con una struttura asciutta ed essenziale ma dotata di suppellettili importanti e di notevole pregio artistico, è situato nel mezzo di una lunga cinta muraria. Essa circonda un imponente palazzo che svetta e domina il paese di Cosa, facendone da “porta d’ingresso” e da elemento urbanistico centrale, tale è il Palazzo Attimis-Maniago meglio comunemente conosciuto come il Castello di Cosa. La sua struttura risale al XVII secolo e sembra fosse costruita su di una di epoca precedente appartenente ai signori di Spilimbergo. Questo dato riguardante la proprietà famigliare unito alla già incontrata dizione medioevale Plebs de Chosa o Plebs de St. Georgii per la quale la villa “Chosa” poteva esser stata l’antichissimo “centro civile” della Pieve della Richinvelda, ossia che il castello fosse la sede della giurisdizione civile della pieve medesima mentre San Giorgio deteneva la giurisdizione ecclesiastica. L’ipotesi può trovare la sua conferma nel duplice utilizzo del termine plebs per indicare sia una istituzione civile che religiosa. Il castello e la villa prendono il nome dal torrente che scorre e lambisce il confine nord, nord-est della attuale Richinvelda e che confluisce poi nel Tagliamento. Il vocabolo “Cosa” deriva forse dall’antichissima lingua indoeuropea “Kau” la quale significava il verbo e la caratteristica del “rumoreggiare” tipico anche di un corso d’acqua e da cui comparvero poi “Causa” o “Cosa” e quindi “scroscio”. Ciò lo apprendiamo da un documento risalente all’anno 1164.

Il “Castel di Cosa” Palazzo Attimis-Maniago

Il castello di Cosa, come detto poc’anzi, appartenne dapprima agli Spilimbergo e solo in seguito passò agli Attimis-Maniago, probabilmente a seguito di un matrimonio tra le due casate. La casata degli Spilimbergo è stata delineata nelle sue origini, per sommi capi, quando abbiamo visitato il loro palazzo a Domanins. Per quanto riguarda invece gli Attimis-Maniago, di loro noi sappiamo che la discendenza del doppio cognome è di formazione recente. Nel 1862 ci fu l’adozione del conte Pietro Antonio Attimis da parte del conte Nicolò Giacomo di Maniago. Alla morte di quest’ultimo avvenuta nel 1865, il ramo Maniago si estinse e continuò come “Attimis-Maniago”. Sappiamo che il territorio di Maniago fu concesso in feudo da Ottone II al patriarca Rodoaldo il 12 gennaio 981. Ma sul casato dei Maniago abbiamo notizie documentate risalenti solo al 1195 con Dietrico di Maniago e i suoi figli Giovanni e Artemotto. Una completa linea di discendenza la conosciamo però solo a partire dal 1240 con Olcherio che morì nel 1277. Questo illustre casato deteneva, da investitura patriarcale, il feudo di Maniago per “abitanza” ossia di abitare e proteggere il castello della città pedemontana e il borgo annesso e fortificato. Nel 1335 Galvano I ottenne dal patriarca Bertrando un terzo della proprietà di Maniago che non era rimasta prima sotto il suo possesso accanto al garrito su Maniago, Fanna e Basaldella. Inoltre, Galvano acquistò la proprietà feudale sul “territorio libero” – ossia l’attuale frazione Maniagolibero – dall’abate di Milstatt di Carinzia. I Maniago furono presenti anche nel parlamento friulano come si legge in un documento del 1306. I Maniago mantennero i loro beni anche sotto il dominio della Serenissima da parte del doge Tommaso di Mocenigo (5 giugno 1420). Gli Attimis, del ramo adottato dai Maniago, provengono da una diramazione degli Attimis o Attems del Tridente, potente e ricca famiglia che ebbe vasti possedimenti in Friuli e in Austria. Nel 1170 troviamo i fratelli Enrico e Arpone. Enrico fu investito del castello di Attems. Il ramo che finirà per legarsi coi Maniago ha come capostipite un certo Simone vissuto tra il 1449 e il 1529.

Via S. Antonio con la parrocchiale

La chiesa parrocchiale di S. Tommaso

Procediamo per via S. Antonio verso piazza S. Tommaso, centro di questo piccolo paese. In fondo alla via si nota già in lontananza la chiesa parrocchiale dedicata al santo apostolo che ha dato il nome alla piazza. Questo edificio è stato costruito tra il 1846 e il 1870, anno nel quale fu definitivamente completato. Le fondamenta di un più antico edificio risalgono al 1281. Il progetto è stato realizzato dal capo mastro Giacomo Basso. La parrocchiale presenta nella sua facciata anteriore in stile neoclassico composta da quattro lesene sorreggenti un timpano costituito da un occhio centrale. Un timpano più piccolo è posto sopra la porta centrale. Tra le due lesene, ai lati della porta, vi sono due lapidi con su scritti i nomi dei caduti nella Grande Guerra ’15-’18. La chiesa è composta al suo interno da una sola navata. Sul presbiterio, alzato di un solo gradino, è collocato l’altare maggiore in marmo policromo del Seicento, opera degli scultori veneti Bettamelli, con ai lati le statue lignee di S. Pietro e S. Paolo apostoli risalenti alla prima metà del Novecento. Nella navata è presente anche un altare laterale in marmo policromo con sopra collocata la Circoncisione di Gesù, pala realizzata da Giovanni Maria Bittini a Venezia nel 1703. Dello stesso secolo sono l’acquasantiera e il fonte battesimale. Opere più redenti e degne di nota sono i dipinti ad olio del Cristo Risorto, dietro l’altare maggiore, e il Giudizio Universale, posto sul soffitto, entrambe dell’artista Lino Lenarduzzi e realizzate nel 1990.

Chiesa parrocchiale di S. Tommaso
(1846-1870)
La chiesa vista da via S. Odorico. Sulla sinistra la casa del vecchio mulino

Il centro, Borgo Alto e Borgo Basso

In piazza S. Tommaso, ai lati della chiesa si trovano oggi due locali: la pizzeria “Lo Spicchio” un bar con annesso un negozio di alimentari, il vecchio bar di Castellana e poi di Eugenio Sartor e Bruna Cozzutti. Il locale ove vi è la pizzeria ospitava una storica mescita con vendita di vini, liquori e merci coloniali di proprietà De Carli mentre poco prima sul lato destra della via S. Antonio notiamo un grande edificio a tre piani e solaio, oramai in stato avanzato di abbandono e di sfacelo. Parecchi decenni fa era sede della Osteria Stella d’Italia dei fratelli Donda. Tra quest’ultima e il negozio De Carli vi era il vecchio pozzo del paese con l’abbeveratoio per le mucche.

L’edificio della vecchia Osteria Stella d’Italia

Ma proseguiamo ora oltre la chiesa. Alla destra della parrocchiale c’è la strada ci conduce verso il Borgo Basso con via S. Odorico, via Borgo basso e poi a scendere a valle del paese verso il campo da calcio e verso la strada che conduce a Pozzo; alla sinistra procediamo verso il Borgo Alto con via Europa Unita che ci porta a Provesano e via della Piera che conduce nel greto del Tagliamento e sul Cosa. Fino al 1993, nell’abitazione posta tra via S. Odorico e l’ingresso di via Borgo Basso era in funzione il Mulino di Sandri di Moru con una ruota di pietra che girava con l’acqua della roggia e aveva due grandi macine: una per la biava e una per il frumento. È così delineato, in modo semplice e schematico, il paese di Cosa in tre punti discontinui: l’area del castello e i due borghi dove via S. Antonio – la vecchia Villa – ne costituisce l’arteria principale che collega l’antico castello dei signori con la villa e la piazza con la parrocchiale funge da crocevia tra le due borgate.

L’ingresso del vecchio Borgo Alto
(oggi via Europa unita)
L’ingresso del Borgo “a bas da la riva”
(via S. Odorico)

Il Cortile dei Sette Comuni

Il vecchio Cortile dei Sette Comuni oggi un parcheggio per i veicoli

Inoltriamoci alla sinistra della chiesa. Lasciando l’edifico alle nostre spalle attraversiamo la stradina che, da dietro l’isolato della parrocchiale e della canonica, collega il Borgo Alto al Borgo Basso, e giungiamo in un parcheggio per veicoli con una casetta per la fermata dell’autobus. L’area è stata asfaltata in tempi recenti e suo questo suolo, in anni più lontani lì accanto vi era un cortile chiamato il “Curtìf dei Sette Comuni”. Oggi questo cortile è uno dei più antichi di Cosae il suo portone di ingresso si trova ai numeri civici di via Europa unita. La denominazione di 7 comuni è tuttora di origine incerta. La spiegazione più plausibile è che 7 furono le famiglie le cui case si affacciavano sul cortile e, forse, esse provenivano da 7 località diverse. Furono queste le sette famiglie che diedero origine alla popolazione di Cosa? Non siamo in grado ancora di provarlo con certezza. Tuttavia, data l’importanza e la sua centralità nell’abitato del paese il cortile è diventato un simbolo e il suo portone di ingresso è diventato il logo dell’associazione del Circolo Ricreativo e Culturale di Cosa. L’amministrazione comunale ha voluto ricordare il luogo e la sua storia con una targa infissa in una colonna dell’attuale parcheggio attiguo (novembre 2016).

Il portone del cortile dei Sette Comuni logo del C.C.R.C. e simbolo culturale del paese

Le feste religiose e popolari di Cosa

La più antica festa del villaggio di Cosa è quella di “S. Thomae de Cosa” che si teneva la domenica successiva al mercato di S. Sabata, citata e risalente al Basso Medioevo attorno al Duecento. In quel giorno si svolgeva la festa e il mercato con esposizione, acquisto e scambio di prodotti e conclusione di affari.

Dopo questa festa “patronale” vi era fino a qualche decennio fa la festa della Madonna Addolorata che cadeva il 15 settembre e aveva luogo sempre la domenica successiva. I coscritti portavano sulle spalle per le vie del paese la portantina della Vergine. La statua della Madre che si comprime il cuore con la mano sinistra è seduta sul trono sovrastato dalla corona e con due putti ai lati. Il corteo percorreva via Sant’Antonio, via Europa unita e via S. Odorico.

La festa della Madonna Pellegrina che si tenne per la prima volta nella primavera del 1951. La statua rappresentava la Madre che tiene in braccio il Bambino e cinta da una corona di dodici stelle. La portantina veniva portata da quattro giovanotti. Il corteo era preceduto dal sacerdote, dai chierichetti e dal crocifisso. Dietro l’effigie seguivano gli uomini, poi i fanciulli della Prima Comunione, le fanciulle della stessa età vestite di bianco e adornate con una ghirlanda a merletto sulla testa. Alla fine del corteo c’erano le donne con i bambini. Dal fondo del corteo si levavano le preghiere e i canti delle donne di devozione alla Vergine e di invocazione di protezione e grazie: “Mira il tuo popolo o bella Signora / che pien di giubilo oggi ti onora”. Il culto e il rituale nacquero in un periodo di grande difficoltà per le popolazioni che all’indomani della guerra vivevano miseria e lutti.

Oltre alle tradizionali processioni religiose, il cui epicentro era sempre la piazza S. Tommaso, un’altra festa era quella dell’uva. La Fiesta da l’Ua era una tradizione giovanile e scherzosa. Si teneva dopo le vendemmie e i ragazzi che avevano partecipato alla raccolta dell’uva allestivano carri con tralci di vite portando feste per le vie del paese e qualcuno di loro si travestiva anche da Bacco.

Il Monumento ai caduti e le vicende della guerra

“Cosa ai suoi caduti”

Procediamo ora a visitare le due borgate in cui si suddivide Cosa. Dalla piazza S. Tommaso scendiamo a bas da la riva e imbocchiamo via S. Odorico. Sulla destra, dopo la l’inizio di via Borgo Basso si nota sin dalla canonica il Tricolore innalzato sull’asta con accanto un masso di forma rettangolare. È il monumento che ricorda e onora i caduti di Cosa di tutte le guerre, creato e ivi collocato il 3 agosto 1975 e restaurato l’8 novembre 2015 come è riportato in un altro masso, più basso e tozzo, sistemato lì accanto. L’area dove poggiano i manufatti della memoria è un’aiuola suddivisa in sezioni con marciapiede e con una pianta e un vecchio aratro nero posti a scopo ornamentale e simbolico. Sulla parete del monumento sono scritti i nomi dei caduti sovrastati da una croce quadrata.

Nella Prima guerra mondiale (1915-18) i caduti di Cosa furono dodici, in ordine alfabetico per cognome: Osvaldo Altan, Francesco Bonutto, Sante Chivilò, Albino Cominotto, Alessandro De Zorzi, Attilio Donda, Giacomo Godenti, Attilio Gridello, Romano Pasquin, Alessandro Tesan, Valentino Tesan, Giuseppe Volpatti.

Nella Seconda guerra mondiale (1940-45) furono quindici, in ordine alfabetico per cognome: Fioravanti Colonello, Severino Colonello, Eugenio Cominotto, Luigi Cominotto, Vittorio Della Rossa, Albino Filipuzzi, Alfonso Filipuzzi, Ovidio Filipuzzi, Stanislao Gridelli, Adelchi Marchi, Egidio Pasquin, Ernesto Pasquin, Gildo Scodellaro, Oreste Scodellaro, Gentile Tesan.

Nel libro di storia sulla Grande Guerra nel territorio di San Giorgio della Richinvelda degli autori Giorgio Moro e Maurizio Roman viene riportata una storia triste e commovente, quella di Luigi Donda, pittore di Cosa nato nel 1894, figlio di Giacomo e Luigia Pasquin, arruolatosi con il 124° reggimento di fanteria nel 1915. Il 5 novembre 1917, dopo la rotta di Caporetto, è stato arrestato dagli austriaci e deportato in Austria. Venne liberato un anno dopo il 4° novembre 1918 in seguito all’armistizio di Villa Giusti. Nel settembre del ’17 da Cosa furono spedite due lettere per il fronte: una della madre e una della fidanzata. La fidanzata, che compose lei entrambe le missive, gli scrisse che la madre desiderava il ritorno del figlio e che lei stessa voleva riavere vicino il proprio fidanzato per iniziare assieme una nuova vita. Causa la prigionia le due lettere non arrivarono mai a destinazione. Inoltre, dopo la liberazione Luigi venne portato a Rovere in provincia dell’Aquila presso un Centro di Raccolta per la cura e la ricostituzione fisica e morale. Il giovane reduce fece quindi ritorno a Cosa dopo un po’ di mesi. La lontananza della guerra determinò la fine del rapporto tra i due fidanzati. La lontananza della guerra determinò la fine del rapporto tra i due fidanzati. Clelio Castellan fu catturato nell’isola di Kos nel Dodecaneso e internato in Germania nel 1943. Venne rimpatriato il 23 settembre 1945.

Il Circolo Culturale e Ricreativo e il Torneo notturno di calcio

Procedendo oltre per via S. Odorico, dopo il monumento sulla destra giungiamo al campo da calcio e alla sede del Circolo Culturale e Ricreativo. L’associazione fu fondata nel 1967 e fra le sue numerose iniziative (feste e teatro) annovera il prestigioso Torneo notturno di calcio (calcio a 9) che si svolge ogni estate dal 1973 e che ha visto partecipare le squadre locali formate da giocatori dei paesi delle frazioni del comune e anche limitrofe. Il Torneo ha rappresentato per almeno due decenni un vero agone sportivo, giovanile e campanilistico.

Il C.C.R.C. fondato nel 1967. Il suo logo riporta l’immagine del portone del Cortile dei Sette Comuni

Proseguendo oltre, a sinistra entriamo in via Alessandro Volta (dov’è la sede della Vivaistica D’Andrea storica azienda produttrice di barbatelle nata a Rauscedo), e ancora diritti dove la strada compie una curva a destra entriamo in via Grave la quale porta a via Ronchs di Pozzo, strada che abbiamo già visto. Alla sinistra si trova la vasta area delle grave adiacente al Tagliamento che si estende più a sud nelle frazioni di Pozzo e Aurava.

Il Borgo Alto, il guado sul Cosa e il “prât dal paròn

Lasciamo la parte bassa del paese e ripercorriamo i nostri passi ritornando al parcheggio adiacente al Cortile dei Sette Comuni. Imboccando la strada a nord entriamo in via Europa unita (il vecchio Borgo Alto) e ci immettiamo nuovamente in quella che un tempo fu la Strada Comunale detta Militare. Dopo una secca curva a sinistra, proseguendo diritti per via Europa unita incrociamo una strada che volta a destra e che ci porta in mezzo ai campi. Essa è via della Piera ed è la strada che porta al camposanto di Cosa. All’inizio di questa stretta laterale vi è una piccola aiuola al suo centro con un Crocifisso della Passione che si innalza ad indicare al viandante la strada del cimitero e della riflessione di coscienza. Via della Piera, prima del camposanto si biforca e il tratto a sinistra ci riporta sulla strada che porta a Provesano, dove via Europa unita muta in via S. Leonardo. Il tratto della Strada Militare è oggi denominato Strada Consorziale di Gradisca e si suppone che esso, per una sua parte, ripercorra il vecchio tratto della Strada Valvasona. Proseguendo invece oltre il camposanto imbocchiamo la Strada Consorziale delle Lozze che ci porta nelle boscaglie della grava vicino al guado del Cosa e alla sua foce nel Tagliamento.

La roggia

A nord della strada tra Cosa e Provesano, sulla destra si trova l’edificio scolastico che ospitava gli alunni delle scuole elementari, posto circa a metà strada tra i due nuclei abitati, è oggi fatiscente e non più utilizzato. Sulla sinistra si trova un’ampia area verde prativa denominata il Prat dal paron, terreno di proprietà dei conti Attimis. Sappiamo che negli anni venti, e forse anche prima e dopo tale epoca, in tale luogo era tradizione svolgersi l’Inaugurazione della Bandiera della scuola. La manifestazione sanciva l’inizio dell’anno scolastico e si svolgeva alla presenza degli alunni delle autorità civili. Il tricolore veniva rivestito con un telo e poi scoperto al momento della benedizione.

L’edificio delle vecchie scuole elementari per gli alunni di Cosa e Provesano
I campi tra Cosa e Provesano a ovest del palazzo Attimis

Il terribile ciclone del ’19

Verso le ore 19 e trenta minuti, del 30 agosto (1919 nda), si scatenava sul territorio del Comune un furioso ciclone; Abbassatasi da dense nubi, una mostruosa tomba a imbuto, nei pressi del torrente Meduna prese terra e, dirigendosi da S.O. a N.E. fino al Tagliamento, devastò una zona, in linea retta di circa dodici chilometri e con un diametro variante fra i quattrocento e i novecento metri circa. Lungo il percorso colpì furiosamente i paesi di Domanins, San Giorgio e Cosa asportando tetti, abbattendo muri e case, fracassando imposte, vetri, pareti e facendo vittime fra la popolazione ed il bestiame. Due fanciulle rimasero seppellite sotto i rottami e le macerie, circa trentacinque persone rimasero ferite, bambini sopresi fuori di casa furono innalzati nel vortice della mostruosa tromba e rimessi a terra a decine e centinaia di metri di distanza. Travi, tavole, tegole, mattoni, pietre roteavano nella massa devastatrice; alberi, palizzate furono schiantati, divelti, sradicati e tutta la vegetazione al passaggio del turbine fu rasa al suolo […]

Schizzo del percorso del ciclone sulla mappa della Richinvelda

Così è riportato in una relazione che la segreteria comunale di San Giorgio stilò l’anno successivo per descrivere l’accaduto che colpì il territorio della Richinvelda e i che i suoi cittadini non hanno ancora dimenticato. A San Giorgio, il 30 agosto 2019, davanti alla chiesa parrocchiale l’architetto Francesco Orlando ex assessore comunale, con la partecipazione delle autorità e la folta presenza dei concittadini, ha voluto ricordare il centenario di questo tragico avvenimento con un’esposizione di fotografie e documenti vari e anche attraverso i racconti che ci sono stati tramandati da coloro che l’hanno vissuto in prima persona. La riunione per la memoria avvenne nel prato antistante la chiesa di S. Giorgio Martire esattamente alle ore 18 e 30 minuti dell’ora legale (ore 19:30 ora solare) del 30 agosto 2019, cento anni dopo il tragico evento.

Durò pressappoco tre minuti il furioso ciclone e il bilancio dei danni fu spaventoso: settanta case crollate – di cui trenta a Cosa, trenta a Domanins e dieci a San Giorgio – e 175 quelle fortemente danneggiate. Le devastazioni che questa tromba d’aria, formatasi da un’afa estiva opprimente, portò al territorio della Richinvelda riguardarono anche la vegetazione e le linee di comunicazione telefoniche e telegrafiche. Il sindaco di San Giorgio all’epoca fu Leonardo Luchini.

Appena passato, grida di dolore e pianti eruppero dalla popolazione riversatasi nelle strade; donne atterrite con in braccia bimbi sanguinanti, correnti sulle rovine in cerca di soccorso, uomini impietriti, vaganti sulle macerie, agonizzanti che invocavano aiuto, e tutto d’intorno […] la rovina, la desolazione più terrificante”.

A Cosa i danni furono rilevanti dato che metà paese andò distrutto. La vegetazione fu rasa al suolo e il Palazzo Attimis fu scoperchiato e una parte del muro di cinta crollò. In alcune abitazioni di Cosa, ma anche di San Giorgio, sono ancora visibili nella diversa conservazione dei mattoni e nel segno bianco lasciato dalla calce con la quale venivano marcati i punti di ricostruzione. Le uniche case che furono risparmiate furono le poche a nord.

I feriti vennero soccorsi subito dal Medico Comunale dottor Luigi D’Andrea e da suoi collaboratori mentre il sindaco Leonardo Luchini provvide ad avvertire il Regio Prefetto e le autorità mandamentali. A Domanins, le autorità sanitarie furono coadiuvate dal parroco don Valentino Feit e dai signori Lenarduzzi, Bisutti e dal conte Gualtiero di Spilimbergo. Già dalla notte furono sgomberate le macerie e tagliati gli alberi caduti che ostruivano le strade principali grazie all’apporto di varie squadre di militari: i carabinieri e artiglieri di Spilimbergo; il Genio Militare di Provesano; ferrovieri, bersaglieri e alpini provenienti da Casarsa. Ci fu la presenza anche dell’onorevole Marco Ciriani.

Il mattino del giorno 31 giunsero nei luoghi colpiti il Vice Commissario di Pubblica Sicurezza dottor Marotta con squadre del Genio e di pompieri. Verso mezzogiorno giunse il Prefetto Commendator Masi con i militari dell’8^ Armata, da Treviso arrivò l’onorevole Pietribeni Sottosegretario al Ministero delle Terre Liberate e da Udine il comm. Pecile. Al pomeriggio furono distribuiti i primi viveri: mille razioni di gallette da parte della quinta sezione del Genio di Valvasone con carne in scatole, latte condensato, pane, caffè, zucchero e lardo della Regia Prefettura di Udine, salmone del magazzino viveri di Spilimbergo e, inoltre, furono portate sei cucine da campo austriache disponibili fin da subito.

Nei giorni successivi si assistette ad un vero e proprio pellegrinaggio di autorità civili, militari e religiose, tra cui il Monsignor Vescovo di Concordia Luigi Paulini, le quali rimasero profondamente colpite dalle conseguenze del terribile ciclone per una popolazione che – ricordiamolo bene – era appena uscita dalle sofferenze della guerra mondiale e dell’occupazione austro-tedesca.

Nel mese di settembre pervennero le offerte per le famiglie maggiormente colpite: dalla Regia Prefettura L. 11.000; dalla Curia Vescovile di Concordia L. 6.000; dall’Ufficio di Collegamento dell’8^ Armata L. 2.500; dall’on. Rota L. 2.400; dal Vescovo di Ceneda L. 1.500; dalla Deputazione Provinciale L. 3.500; dal Comune di Udine L. 1.000; dal Comune di Spilimbergo L. 1.000 (poco leggibile) e da altri ancora.

L’opera di sgombero delle macerie e di riatto delle case meno danneggiate si protrasse fino al 25 settembre. Da tale data in poi, la ricostruzione delle abitazioni rimanenti fu affidata al Magistrato delle Acque e da questi al Genio Civile di Udine il quale inviò sul luogo il geometra Guido Crainz per dirigere i lavori. Il geometra si avvalse della cooperazione di imprese locali (come la Lenarduzzi e Comp.) e fece portare baracche in legno di fornitura militare per il ricovero degli abitanti rimasti senza tetto. A ricostruzione ultimata, la popolazione fu gratificata con parole di elogio e di ammirazione per le istituzioni che si prodigarono sin dai primi giorni per riparare i danni e sollevare loro il morale:

In pochi mesi di alacre lavoro diretto con intelligenza ed amore, i paesi, così duramente provati, risorsero dalle rovine, più belli, più lindi […] mentre la campagna intorno, con sapienti ed attive cure sistemata, ha ripreso il suo pieno rigoglio”.

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Da via Europa unita proseguiamo per via S. Leonardo per giungere a Provesano nella quindicesima tappa del nostro viaggio.

Via S. Leonardo che conduce il viaggiatore da Cosa a Provesano