La villa Pozzo

Piccolo paese degli artisti e delle cose antiche

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La chiesa parrocchiale di S. Urbano e S. Sabina

L’antico culto di S. Maria in sabato e la primitiva chiesa della villa Pozzo

La villa di Pozzo risale al 1190 secondo una prima citazione in lingua latina “Puteus” il cui termine significa proprio “pozzo”. E proprio un pozzo era presente nella piazza del paese posto difronte alla chiesa. Abbiamo appena visto – giova ricordarlo – che l’abitato apparteneva alla giurisdizione degli Spilimbergo e la comunità dei fedeli all’antica pieve di San Giorgio. Divenne Curazia nel 1910 e parrocchia nel 1956 per unirsi poi ad Aurava nel 1986. La primitiva chiesa “parrocchiale” della comunità risale al 1281 e si trovava vicino al Tagliamento, nella strada che dalla villa di Pozzo portava ad Aurava, come riporta la citazione: “… et forum Sancte Sabate e forum Cossa in dominica aut festum Sancti Thome”. Al suo posto oggi è rimasta una croce in pietra a memoria dell’antico manufatto sulla via che prende proprio il nome “della Croce” la quale proseguendo muta in via “XX Settembre” entrando nel paese di Aurava. L’attuale chiesa di Pozzo è intitolata ai Santi Urbano e Sabina mentre quell’antica era dedicata al culto di S. Sabata o S. Sabina il quale era una derivazione da un più antico culto ossia quello di S. Maria in sabato.

L’antico culto di S. Maria in sabato

Tale culto era di origine antica, risalente ai primi secoli dalla nascita e affermazione del Cristianesimo, e il sabato era giorno di festa a Pozzo dove si teneva un mercato famoso come quello di S. Tommaso per la villa di Cosa che si trova poco più su e da qui la citazione. Il culto di S. Maria in sabato risale all’epoca carolingia nell’VIII secolo quando il teologo Alcuino di York inserì nel canone gregoriano due messe per ogni giorno della settimana. Nella giornata di sabato si sarebbero svolte le messe per Maria e in memoria di Maria. Possiamo sintetizzare il concetto teologico di tale liturgia con queste motivazioni: Il sabato è il giorno benedetto da Dio e Maria è la benedetta fra le donne; inoltre il sabato è il giorno in cui Cristo giaceva nel sepolcro e vide languire la fede degli apostoli increduli ed è anche il giorno in cui Maria conservò intatta la sua fede in Cristo. Questo culto fu disapprovato da S. Paolino e nel 1499 dal patriarca Domenico Grimani (1497-1517) perché anteponeva il sabato alla domenica perciò fu trasposto nel culto di S. Sabata o S. Sabina. Nel 1584, il delegato apostolico Nores effettuò la visita pastorale nelle chiese della diocesi – tra cui anche quella di S. Maria in Rauscedo come abbiamo visto – e riservò rare di elogio per la struttura dell’edificio e per la pregevole fattura delle suppellettili. La chiesa fu abbattuta tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo e fu sostituita dall’attuale situata nel centro del paese.

Il centro del paese e la chiesa parrocchiale dei Santi Urbano e Sabina

Continuando quindi su via IV novembre, a trecento metri circa dopo la vecchia stazione incontriamo la chiesa del paese di Pozzo. Il centro di Pozzo si compone quindi di piazza S. Urbano, patrono del paese, dalla quale si diramano tre strade disposte su direttrici tra loro distanti quasi a spirale, prendendo così una forma a “trinacria”: via IV novembre porta alla stazione e alla cantina sociale San Giorgio e al camposanto; via della Croce porta ad Aurava, sulla cui area era stata eretta la vecchia chiesa di S. Maria in sabato; via Alessandro Manzoni porta a nord verso l’abitato di Cosa incontrando la storica Osteria “Dal Picchio”, locale storico con il bocciodromo di Mido, e la sede del Circolo Culturale e Ricreativo.

L’altare maggiore

Questo piccolo paese conta poco meno di trecento abitanti. La nuova e attuale parrocchiale di Pozzo, intitolata a S. Urbano e S. Sabina, fu eretta nel 1801 e consacrata nel 1803. Essa – divenuta parrocchiale nel 1956 – conserva ancora un antico altare maggiore del 1531 consistente in un trittico attribuito a Donato Casella.

Trittico del Casella

Esso è composto da un monoblocco di pietra opera di questo lapicida lombardo sposo della figlia di Antonio Pilacorte. Nel basamento si può ammirare lo stemma degli Spilimbergo e l’immagine del cameraro maggiore. È suddiviso in tre scomparti delimitati da colonne scanalate. Il trittico raffigura la Madonna col Bambino e i Santi Urbano e Sabina. Al di sopra si nota una conchiglia attorniata ai lati da due angeli in preghiera. Sopra la conchiglia un’edicola raffigurante il Cristo deposto. La facciata è di gusto settecentesco con richiami neoclassici, con lesene binate sormontate da timpani aggettanti.

La Vergine con Sant’Antonio da Padova e San Francesco

La chiesa consiste in un’unica navata. Ai lati dell’altare vi sono due statue in legno di S. Stefano e S. Giovanni Battista mentre l’abside è decorata da un mosaico riproducente il volto del Cristo opera del pozzese Attilio Bratti di epoca recente – è del 1988 – e a destra dell’altare è esposto un dipinto ad olio, anch’esso recente – del 1992 – raffigurante la Moltiplicazione dei pani e dei pesci di Guglielmo Maniaghi. Alla destra della navata vi sono tre statue: la Vergine, Sant’Antonio da Padova, San Francesco.

La Moltiplicazione dei pani e dei pesci

Il Monumento ai caduti e le vicende della guerra

Nel largo antistante la chiesa e sul suo lato sinistro è collocato il monumento ai caduti di tutte le guerre. È composto da tre forme geometriche semplici e ben definite: un cono alto e stretto in pietra che svetta accanto ad una parete in parallelepipedo, anch’essa in pietra, con sovrascritte in grandi dimensioni le date “1915-18” e “1940-45” e i nomi e cognomi dei caduti di Pozzo. Fa da sfondo un accurato mosaico che ritrae il tricolore, una spada e un crocifisso, opera dell’artista pozzese Nane Zavagno. Infine, terzo elemento, un basamento in pietra su cui poggiano le due strutture con la scritta “Pozzo ai suoi caduti”. Il tutto è sorretto da altri due basamenti più ampi, recintato da una ringhiera in metallo e adornato con un piccolo pino sul davanti. Alla destra del monumento si innalza l’asta con la Bandiera Tricolore.

I caduti nella Prima Guerra Mondiale 1915-18 furono diciannove, in ordine alfabetico: Araldo Alessandro, Cancian Angelo, Canciano Antonio Alessandro, Cancian Antonio Leopoldo, Colonello Alessandro, Colonello Celeste, Cominotto Francesco, Contardo Nicolò, De Re Pietro Angelo, De Re Umberto, De Zorzi Daniele, Duz Primo Pietro, Mason Olvino, Mason Pio Quinto, Mitri Angelo, Mitri Guerrino, Mitri Osvaldo Sante, Polon Domenico, Sacilot Giovanni.

I caduti della Seconda Guerra Mondiale 1940-45 furono quindici, in ordine alfabetico. Bier Angelo, Cancian Alessandro, Cancian Angelo, Cancian Guido, Colonello Antonio, Colonello Osvaldo, Cominotto Giuseppe, Gridello Gabriele, Liut Giovanni, Pascutto Emilio Luigi, Pauletto Casimiro, Pauletto Fortunato, Sedran Pietro, Toffolo Domenico, Zavagno Osvaldo. Angelo Cancian morì da civile lavorando in Germania; Guido Cancian e Domenico Toffolo morirono in mare in seguito all’affondamento del Galilea; Luigi Emilio Pascutto fu deportato nel campo di Bezeichnung in Germania mentre Fortunato Pauletto morì deportato nel campo di sterminio di Dachau; Osvaldo Zavagno morì nel campo di Norimberga; Casimiro Pauletto fu assassinato dai partigiani; Pietro Sedran venne ucciso in uno scontro a fuoco tra partigiani e tedeschi.

Ingresso di via della Croce con a sinistra via del Forno

Oltre ai deportati e internati caduti nei campi da lavoro o in guerra, ci furono altri deportati e altre vicende singolari e drammatiche che riguardarono militari e civili sopravvissuti alla guerra. Una di queste vicende degna di menzione è quella di Luigi Pascutto, figlio di Albino e di Maria Lenarduzzi, egli nacque il 7 febbraio 1924 a Pozzo. Conseguì il diploma di maestro ed esercitò la professione di insegnante alle scuole elementari e medie. Condusse la sua vocazione di maestro fino al 1988 concludendo la sua esperienza alle scuole medie “A. Pilacorte” di San Giorgio della Richinvelda dove insegnò storia e geografia. Negli anni successivi continuò come insegnante di sostegno. Conosciuto in paese come il “mestri Pascut” la sua figura fu, in tutti paesi della Richinvelda, sinonimo di professionalità, di uomo di profonda cultura, di pronta attitudine all’insegnamento con la severità unita alla pazienza nei confronti dei suoi ragazzi e uomo di chiara onestà morale. Alla scuola dedicò tutta la sua vita e fu autore di numerosi libri sull’educazione dei giovani e della società all’interno di una visione squisitamente cristiana della vita individuale e collettiva. Uomo profondamente religioso, Luigi Pascutto incrementò la propria fede nelle tragiche vicende dell’esperienza bellica vivendo la dura realtà dell’internamento nei campi di lavoro. Nel dopoguerra egli fu presidente dell’Associazione Nazionale ex internati di Spilimbergo.

Via Alessandro Manzoni (verso la piazza)

La guerra mondiale lo chiamò all’arruolamento il 24 maggio del ’43 entrando a far parte dell’11° Rgt Genio. Il 12 settembre, quattro giorni dopo la proclamazione del nefasto armistizio, fu catturato a Udine da truppe tedesche e venne deportato nella Prussia Orientale. Giunse a Konigsberg (Kaliningrad secondo la dizione slava), storica città e capitale della regione prussiana oggi enclave tra Polonia e Lituania. Luigi fu internato nel campo di Schichau. La città fu sede di cantieri navali dove si riparavano navi e sommergibili danneggiati (Bidenfadenfabrik Cantinierweg). I prigionieri furono posti davanti alla scelta di combattere per il Reich tedesco o lavorare nel campo. Luigi Pascutto scelse di lavorare e come scrisse lui anni dopo nello spiegare le motivazioni della sua decisione: “Abbiamo scelto la resistenza passiva, ci siamo schierati dalla parte dei deboli, cioè di coloro che non hanno diritto di cittadinanza… la nostra scelta libera… si proiettava nella consapevolezza che nessun valore è così degno di rispetto quanto la vita umana… siamo qui, deportati, per pagare le responsabilità commesse da una dittatura… di quanti vollero la guerra di aggressione”. Nel lager, Luigi sperimentò la dura vita del deportato: il lavoro, la fame, il freddo, l’abbruttimento dalle fatiche e dalla scarsa alimentazione, le malattie e la discriminazione delle persone di razza e di religione ebraica. Luigi ricorderà sempre nella sua vita: “… gli ebrei furono fatti entrare in un edificio in muratura, allagato con acqua nera, e rinchiusi tra pianti e urla che non potrò mai dimenticare”. Tra il gennaio e l’aprile del ’45 Konigsberg fu messa sotto assedio dai sovietici. I civili e gli internati fuggivano e cercavano riparo in mezzo alle macerie di una città invasa dalle fiamme e dal fumo delle bombe dell’Armata Rossa. Luigi Pascutto si nascose nelle cantine delle case sfollate o semidistrutte bevendo acqua delle pozzanghere per dissetarsi. Raccontava ai suoi alunni della prima media nell’anno scolastico 1987-88 che più di quarant’anni prima era prigioniero dei tedeschi e, fuggito dal campo dopo l’avanzata dei russi, si trovava “disteso a terra a pochi metri dai carri armati di Hitler cosparso di sangue e di acqua”. I sovietici entrarono nella città prussiana il 10 aprile del ’45. Luigi Pascutto e gli altri ex prigionieri italiani dovettero però aspettare ancora un po’ di mesi prima di poter rimpatriare. Il giovane soldato di Pozzo fece ritorno a casa il 16 ottobre dello stesso anno ammalatosi di tubercolosi. Luigi Pascutto fu insignito della Croce al merito di guerra.

Via Alessandro Manzoni (verso Cosa)

Da piazza S. Urbano se ci spostiamo verso via del Molino, imboccando la strada a destra del capitello, troveremo su questa strada un casolare abbandonato. Nello scantinato si riuniva, al tempo dell’occupazione tedesca del ’43-’45, un gruppo di partigiani appartenenti al Battaglione “Fratelli d’Italia” affiliato alla “Osoppo” del comandante Francesco De Gregori (nome di battaglia “Bolla”). Il gruppo si costituì a Udine e comandante di tale battaglione fu il pozzese Antonio Giovanni Sedran (nome di battaglia “Placido”) con 190 uomini alla fine del periodo. Costui fu un “ragazzo del ‘99” e pluridecorato di guerra. Combatté nella Grande Guerra sperimentando anche la prigionia. Nel 1936 fu volontario nell’84° Rgt. Fanteria e inviato nella guerra di Spagna dal ’37 al ’39. Nella seconda guerra mondiale fu inviato nei Balcani e in U.R.S.S. con l’8° Rgt Alpini, prima fu sergente maggiore e poi ufficiale di complemento. Nel ’43-’45 fu quindi partigiano della “Osoppo”. Antonio Giovanni ottenne la Medaglia d’Argento al Valor Militare, la Croce di Guerra, la Crux de la Guerra spagnola, la Medaglia di Bronzo e Commemorativa della Guerra di Spagna. Nel dopoguerra fu quel Giovanni Sedran che fondò e presiedette il Gruppo Alpini di San Giorgio il 31 maggio 1970. L’alpino Angelo Tramontin di San Giorgio, uomo di genuina vena poetica, gli dedicò uno dei suoi componimenti Dedicat a un alpin, in occasione dell’intitolazione della sede degli alpini a Giovanni Sedranavvenuta dopo la sua morte che lo colse il 21 marzo 1985.

Una veduta dei campi da via Molino

Un altro abitante di Pozzo che fu coinvolto nella lotta partigiana fu Fioravante Lenarduzzi inquadrato nella “Osoppo” – Battaglione “Unità” IV Brigata – che si riuniva nel casolare di via del Molino. Per scappare dai rastrellamenti tedeschi, Fioravante si nascose a Castelnovo accompagnato da un impiegato comunale di San Giorgio. Fu testimone di una fucilazione di una spia delle S.S. e fece conoscenza e amicizia con il soldato tedesco Hans Hagen di Solingen il quale aveva disertato dal suo comando e si era unito ai partigiani. In un’altra situazione si nascose a Domanins nella stalla di un suo cugino. I tedeschi che venivano catturati dai partigiani vennero rinchiusi negli stanzoni della scuola elementare posta difronte alle fornaci nella “terra di nessuno”. Nella primavera del ’45 fu fermato da una colonna tedesca. All’interno della camionetta c’era anche Hans fatto prigioniero. Il disertore non fece il suo nome salvando Fioravante da una sicura fucilazione.

Il Museo della civiltà contadina

Difronte alla chiesa si trova un rustico, che fa schiera con le altre abitazioni frontali a piazza S. Urbano e risalenti al XIX secolo, all’interno del quale è stato creato un museo dedicato agli strumenti del lavoro e della vita contadina e artigiana che la popolazione del territorio faceva uso quotidianamente. Esso è il Museo della civiltà contadina istituito e inaugurato nel 1982 da Gelindo Lenarduzzi e oggi di proprietà del comune di San Giorgio della Richinvelda. La raccolta di strumenti e utensili è frutto della donazione del suo fondatore Lenarduzzi e di altri generosi contributi di abitanti di Pozzo, di San Giorgio della Richinvelda.

La raccolta di strumenti e utensili è frutto della donazione del suo fondatore Lenarduzzi e di altri generosi contributi di abitanti di Pozzo, di San Giorgio della Richinvelda. Il museo contiene mobili e utensili di uso domestico, attrezzi per i lavori nei campi usati per la mietitura, la fienagione, l’aratura, il raccolto, la filatura, la tessitura, la vinificazione, l’allevamento. Nel corso degli anni questa preziosa galleria rurale si è arricchita anche di attrezzi del mondo dell’artigiano: il mugnaio, il fabbro, il falegname, il cestaio, il sarto, il calzolaio, il muratore, il bottaio. E inoltre, non mancano le attrezzature di grandi dimensioni ossia i veicoli come il carro, la trebbiatrice, l’erpice, l’imballatrice, un calesse e un trattore “Landini testa calda”. Aperto al pubblico, all’interno del museo si può ammirare anche una galleria fotografica di vecchie immagini di uomini e donne del mondo rurale del XX secolo. Il materiale è conservato al primo piano, sotto una tettoia esterna posta sul cortile interno dell’edificio e sotto un loggiato.

All’interno del Museo si possono trovare attrezzi oramai sconosciuti alla maggior parte delle generazioni ultime, nate e cresciute con il decollo industriale e che non hanno mai visto l’Italia e il Friuli contadini se non attraverso le storie degli anziani. Strumenti agricoli e quotidiani come il buîns e il cialdêr che erano usati perlopiù dalle madri o dalle ragazze e i ragazzi. Il buîns era il bigoncio ossia quel bilanciere di legno incurvato che le donne mettevano in spalla per portare l’acqua raccolta nel pozzo o nel ruscello. L’acqua veniva versata nei cialdêrs che erano dei secchi appesi alle estremità dei buîns con dei ganci di ferro. L’acqua serviva per l’uso domestico, per far da mangiare, per innaffiare le viti e altro. Il cialdêr era fatto di rame e ricoperto all’interno di stagno ed essi venivano sistemati su una mensola sopra l’acquaio all’interno delle case. Il sabato era il giorno nel quale i “vasi di rame”, quali essi erano, venivano lavati al pozzo del paese, compito che spettava ai giovani. Durante la campagna dell’Africa Orientale i cialdêrs furono donati dalla popolazione o requisiti dallo Stato per finanziare l’impresa bellica in Etiopia ed essi furono definitivamente sostituiti da secchi di metallo.

La falce per tagliare l’erba (falset) è già uno strumento più noto perché ancora in uso negli anni ottanta e novanta. Al giorno d’oggi però pochi conoscono o si ricordano della sua composizione completa. Attaccati al suo manico c’erano la cote (cout) contenuta in un apposito astuccio (codâr) fatto di legno o di corno, e da una piccola incudine (batador) per battere la falce col martello. La cote con l’acqua aveva lo scopo di levigare il metallo con cui era fatto l’arnese. Sono lontani dalla nostra comprensione le narrazioni del lavoro giornaliero che gli uomini e le donne eseguivano con la falce nei campi: l’alzata al mattino presto per falciare l’erba ancora bagnata dalla rugiada, il seguito delle donne che portavano la colazione agli uomini, l’ammucchiamento del fieno e il suo trasporto a casa per dar da mangiare alle mucche e ai buoi. Per il lavoro nei campi si usava il carro agricolo in legno (ciar) ma accanto ad esso, al posto delle moderne trattrici meccaniche e semoventi e dei moderni aratri che vengono agganciati nel loro posteriore, la campagna di un tempo conosceva i cavalli e i buoi che aravano i terreni con il ciarugel attaccati tra loro dal souf. Il souf era il “giogo” nella lingua italiana, ossia quello strumento che attaccava tra loro i buoi o le mucche per trasportare il carro o l’aratro. Era formato da due ferri o metalli ricurvi che trattenevano i colli dei bovini e ad essi veniva legato o il carro o il carretto dell’aratro (ciarugel), un “piccolo carro”. Le mucche rispondevano al comando dei contadini: “Volta” per girare a destra; “Stala” per voltare a sinistra; e, “Uoo” per fermarsi. Anche il ciarugel aveva un assale ricurvo, in legno o metallo; le ruote costruite con i medesimi materiali e con tre punti attracco per l’aratro e per gli aratri sarchiatori ai suoi lati.

Nella galleria degli attrezzi incontriamo la brenta, la val e la grisola, la podina, rispettivamente: la tinozza con la quale si raccoglievano i cicchi dell’uva vendemmiata e nella quale essa veniva pigiata e poi fermentata fino a produrre il vino; il cesto in vimini fatto per vagliare il granoturco; la stuoia di legno adoperata per allevare i bachi da seta; la tinozza che serviva per lavare il bucato. Per la cucina c’era la panara per fare la farina di frumento (farina di flor) o di granoturco (farina di polenta). Era una madia con coperchio e con un armadietto al di sotto di essa. La gurleta era un carretto per filare e torcere il filo, fatto anch’esso di legno.

Il Mulino di Pozzo

Imbocchiamo ora via Manzoni e alla curva secca che forma verso sinistra notiamo un capitello dedicato alla Madonna della Pietà con la madre che abbraccia il Figlio morto e deposto dalla Croce; prendiamo quindi la laterale a destra che parte dalla curva ossia via Molino. Percorriamo ora questa strada fino in fondo e alla sua destra, prima del largo in cui essa sfocia si trova il vecchio Mulino. Da questo largo si dipartono tre strade: via Valvasona e via Tagliamento portano verso il fiume; via Ronchs che parte a sinistra porta verso Cosa. Era questa una parte della vecchia via Valvasona che partendo da Valvasone passava a Postoncicco, Aurava, Pozzo, Cosa per portare il viaggiatore a Provesano e Gradisca. Prima di questo largo notiamo appunto sulla destra la struttura ancora perfettamente intatta del vecchio mulino di pozzo. Il macinatoio e l’annesso lavatoio sorgono sulla Roggia di Lestans che scorre sul torrente Cosa. Esso fu costruito da Osvaldo Partenio nel 1855 su progetto dell’ingegnere Giovanni Battista Cavedalis. É formato da tre palmenti con le rispettive tre ruote, una pila per la frantumazione delle spighe di orzo con una ruota più piccola e un buratto mosso da un’altra ruota. Nel 1928 le ruote idrauliche furono sostituite da turbine. Nel corso dei secoli la proprietà del mulino passò in mano a diversi personaggi e famiglie. Nel 1861 il molino è registrato negli archivi austriaci come “mulino da grano con pista da orzo” e di proprietà di Luigi e Giuseppe Partenio. Nel 1883 fu ceduto a Giordano Marcolini e da lui, a sua volta, ai tre Micoli: Giovanni, Toscano e Andrea. Nel 1897 passò a Luigi Secco e i figli Erminio e Giuseppe continuarono l’attività fino al 1991.

Via Molino, provenendo dal mulino e dirigendosi verso il centro del paese
Via Tagliamento con l’edificio del Tuttobocce 17

Il paese degli artisti

Abbiamo visto che la decorazione in mosaico dell’abside è opera di Attilio Bratti, artista pozzese residente in via Stazione. La sua casa al civico n. 37 è posta nella terra tra la vecchia stazione e la Cantina San Giorgio. il mosaico realizzato sul Monumento ai caduti è invece opera dell’artista di fama mondiale Nane Zavagno, abitante di Pinzano al Tagliamento e originario di Pozzo. Se dalla parrocchiale ora ci spostiamo appena di là della strada, al civico n. 1 di piazza S. Urbano notiamo un affresco sulla facciata di un’abitazione: una Madonna con Bambino e quattro scene bibliche, anch’esso opera di questo grande artista. Se procediamo oltre, seguiamo la curva a destra dove piazza S. Urbano muta in via Alessandro Manzoni, e dopo cento metri circa la strada fa una curva a sinistra dal cui angolo diparte la via del Molino. Tra via del Molino e via Manzoni c’è un capitello mariano che abbiamo già visto. La Madonna della Pietà il volto della Madre che abbraccia il Figlio morto e deposto dalla Croce con soprascritto “OPPRESSIT ME DOLOR”. È un capitello formato da un’unica aula con un tetto a due spioventi sorretto da quattro colonne ioniche di colore bianco. La parete che fa da sfondo è di colore beige-arancio e su di essa è stato incastonato un mosaico raffigurante la Colomba-Spirito Santo che scende dal cielo dietro i raggi del sole e l’incisione della Madonna della Pietà. Il mosaico è opera di Attilio Bratti mentre l’incisione è di Nane Zavagno.

La Madonna della Pietà

Nane Zavagno nasce a San Giorgio della Richinvelda il 29 febbraio 1932 e oggi vive nel comune di Pinzano al Tagliamento, in provincia di Pordenone, nella località Borgo Ampiano. Nane è disegnatore, pittore, scultore e mosaicista. Come ogni grande artista che si rispetti e che lascia un segno di sé nel tempo e nello spazio, Nane scopre la sua vocazione sin da giovanissimo. All’età di quattrodici anni realizza le sue prime sculture di busti in creta. Frequenta la Scuola Mosaicisti di Spilimbergo di cui nel corso degli anni diverrà anche docente. La professione dell’insegnamento continua all’Istituto Statale d’Arte “Giovanni Sello” di Udine negli anni sessanta.

Nane Zavagno

Parallela alla carriera scolastica è la sua attività creativa personale che è rimasta fervida e proficua per tutto l’arco della sua vita sino ad oggi e che è iniziata alla fine degli anni cinquanta con l’esposizione delle sue opere alla Biennale d’Arte Triveneta di Padova, svoltasi nel 1959. Nei decenni a seguire espone le sue opere alla Galleria Vismara di Milano, al Grand Palais di Parigi, al Museo d’Arte Italiana di Lima in Perù. Collabora con le voci più aggiornate dell’epoca di livello nazionale e internazionale. Nel 1962 viene citato nella prestigiosa rivista francese Revue Moderne. In anni più recenti organizza le sue mostre alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia nel 1995, al Castello di Miramare di Trieste nel 1996, alla Exposite Mondiale Echo’s ad Amersfoort in Olanda nel 2001, Villa Manin di Passariano di Codroipo (Ud) nel 2002, nel Castello di Pergine in provincia di Trento nel 2007. Nel 2012 la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea Armando Pizzinato” di Pordenone gli dedica una mostra personale. Le sue opere compongono anche collezioni pubbliche e private in Italia, in Svizzera, in Olanda, nella Città del Vaticano, negli Stati Uniti d’America.

“OPPRESSIT ME DOLOR”
La Madonna col Bambino e quattro scene bibliche
Il Circolo Culturale e Ricreativo

Dirigiamoci ora nella frazione collocata a sud di Pozzo: Aurava, per la tredicesima parte del viaggio.