Rauscedo, il paese delle barbatelle

Laboriosità e cooperazione: la storia di un paese speciale

Rauscedo, paese del vino

La Piazza delle Cooperative e la barbatella

Lasciato il Borgo e la chiesa – la Rauscedo vecchia – dalla piazza delle Cooperative ci dirigiamo ora verso est e nord-est e ci inoltriamo in quella parte del territorio che corrisponde al “paese nuovo” dove ci sono le abitazioni e le sedi di lavoro più recenti di Rauscedo quasi tutte risalenti al secondo dopoguerra.

Procedendo nell’ordine, incontriamo dapprima una filiale della banca Friulcassa sulla destra che fa angolo con la via S. Giovanni e una sede di un consorzio agricolo alla nostra sinistra facente angolo con una stradina privata. Piazza delle Cooperative si apre quindi a guisa di corte: sulla sinistra il Bar da Remo (già Bar Cooperative) e dopo di esso l’edificio che accoglie il negozio della Crai e il salone del parrucchiere; sulla destra la piazza è attraversata da un marciapiede e da una fermata dell’autobus; nel caseggiato dietro si trova la sede della ditta di Autotrasporti Fornasier; più avanti, dove la piazza si restringe fino a formare la via Udine, c’è una gelateria attiva nel luogo della vecchia Macelleria Leon che tutt’oggi si trova poco più avanti nella laterale via Poligono.

Il centro di Rauscedo

Tra la cooperativa di consumo Crai e il Bar si trova una incantevole villa che risale agli anni venti. È l’abitazione della famiglia D’Andrea “Ansulmuni” (Angelo il sacrestano). È costruita in stile liberty e sul pavimento di ingresso viene riportata a mosaico la data del 1929.

Tra il Bar Remo e l’isolato di case alla nostra sinistra, come già accennato prima, c’è una strada privata ancora non del tutto asfaltata. Entrando per questa stradina si nota sulla sinistra una maestosa villa che si impone allo sguardo del visitatore e che arricchisce il piccolo scenario di case ai suoi lati.

L’ingresso privato della famiglia D’Andrea di Ansulmuni

Essa è Villa D’Andrea di proprietà dei discendenti attuali del ramo D’Andrea Ansulmuni. Questo palazzo, di origine nobiliare, fu protagonista di un avvenimento unico per la storia di Rauscedo. La casa fu proprietà di Pietro D’Andrea colui che passò alla storia come lo scopritore o l’iniziatore della moderna tecnica di produzione della “barbatella”, la piantina di vite dalla quale nascono i vigneti di Italia e del mondo.

Ma guardiamo prima più da vicino questa bella e sontuosa villa situata nel cuore di Rauscedo.

Villa D’Andrea (già Palazzo Stella)

Villa D’Andrea fu probabilmente costruita a Rauscedo dalla dinastia degli Stella. Di provenienza bergamasca, questa nobile famiglia arrivò in Friuli intorno alla prima metà del Cinquecento e si stabilì a Spilimbergo. Santo Giusto Stella arrivò a Rauscedo dopo aver acquistato l’infeudazione di alcuni beni dai Villabruna e costruì la villa probabilmente verso la fine del XVI secolo. Figli di Santo Giusto furono Carlo e Giuseppe con i quali si estinse la dinastia. Eusebio Simone Stella fu scrittore e poeta e un suo manoscritto databile tra il 1640 e il 1642 fu dato alle stampe alla fine dell’Ottocento. In questa famiglia ci fu anche Francesco Maria Stella fisico, naturalista, meccanico, filosofo e anche ideatore di aerostati. Tuttavia l’attuale costruzione, probabilmente eretta su una precedente pianta più antica, presenta le caratteristiche architettoniche delle case di villeggiatura venete tipiche di fine Settecento. Si può notare, dal retro sulla via Maniago, il lungo muro di cinta ornato con emiciclo.

Villa D’Andrea

Resta ancora da chiarire quindi la data di costruzione dell’edificio che compare nel catasto napoleonico nell’anno 1806 come proprietà dei conti Stella e che fu acquistata in seguito dal pittore Jacopo D’Andrea (1819-1906). L’artista avrà un’unica figlia Ada che in seguito venderà la villa. Nel 1857 il catasto austriaco riferisce i nomi di Francesco e Angelo D’Andrea fu Sante (detto Ansulmuni). Angelo ebbe tre figli: Sante, Luigi e Pietro che erediterà la villa, noto alla storia della viticoltura di Rauscedo per esser lui stato l’iniziatore della tecnica dell’innesto e della cooperazione vivaistica a Rauscedo.

Pietro lasciò la villa al figlio Gino. Nel 1973 Sergio D’Andrea, figlio di Gino, diventerà l’attuale proprietario di questa splendida abitazione signorile. La famiglia di Sergio iniziò i lavori di restauro nei primi anni ottanta riportando la villa alla bellezza originaria.

Dal 2012, la famiglia, e in particolare il figlio Mauro titolare della rinomata Antica Osteria Il Favri, l’ha aperta al pubblico per ricevimenti, catering ed eventi di carattere sociale e culturale.

Il palazzo degli Stella fu dunque acquistato dallo Jacopo D’Andrea, come anzidetto. Ma chi era costui?

Un pittore fra i più grandi del Friuli: Jacopo D’Andrea

Jacopo nacque a Rauscedo il 5 febbraio 1819. Appartenne al ramo D’Andrea dei Sarvuan così soprannominato in paese. Fin da piccolo si distinse per le sue particolari doti pittoriche. Lo notò il parroco del paese, don Bartolomeo Moretti, il quale, colpito dalla precoce bravura artistica del giovane, si premurò di iscriverlo all’Accademia delle Belle Arti di Venezia.

All’Accademia, il giovanissimo Jacopo affianca alla formazione professionale un’attività espositiva esordendo con la tela Incontro di Booz con Ruth (1841) conservata oggi nel Seminario Vescovile di Pordenone. Nel 1847 ottiene il Pensionato Artistico a Roma, periodo di perfezionamento e di notevole produzione pittorica. Tornato a Venezia, Jacopo D’Andrea compone uno dei suoi quadri più significativi che qui val la pena ricordare: Giovanni Bellini e Alberto Durero festeggiati dagli artisti veneziani (1855), opera commissionatagli all’imperatore austriaco Francesco Giuseppe I e tuttora conservata al Belvedere, alla Osterreichische Galerie.

Le tele e i dipinti si susseguono con gli anni in un periodo fecondo per l’artista rauscedano. Molti di essi sono ritratti di personaggi noti dell’aristocrazia, del potere o sono soggetti a carattere religioso o mitico. Tra i più degni di menzione sono il Giove che folgora i vizi e San Marco incorona le Virtù Teologali entrambi richieste a lui dal governo austriaco per sostituire le opere originali del Veronese andate perdute ed ora conservate ed esposte nel Palazzo Ducale di Venezia (1859).

In questo periodo si datano alcune tra le sue più celebri opere, alcune quali Tiziano che insegna la pittura Irene di Spilimbergo (1856) e La regina Bona di Polonia dona ad Irene di Spilimbergo un diadema di pietre preziose (1857).

Jacopo D’Andrea (1819-1906)

Jacopo trascorse una parte della sua vita in Francia. Nel 1860 il pittore friulano espose due opere alla Nona Esposizione d’Arte di Versailles e nel 1861 ne espose uno al Salone di Parigi ottenendo consensi e commenti positivi sia da parte del pubblico che della critica.

Al 1864 risale la Madonna col Bambino dipinta per la chiesa della Madonna delle Grazie di Casarsa della Delizia.

Nel 1872 Jacopo D’Andrea ottenne la cattedra di “Elementi di figura” all’Accademia di Venezia sostituendo Michelangelo Grigoletti, conservando questo prestigioso incarico per oltre vent’anni. Nel 1883, a coronamento della carriera gli fu conferito il Cavalierato dell’Ordine della Corona d’Italia.

Il 22 novembre 1906 Jacopo D’Andrea muore a Venezia, nella sua casa in Calle Gambara a San Trovaso.

Tra i suoi dipinti più importanti dell’autore ricordiamo l’Autoritratto (1860-1870 ca.), Ritratto della figlia, La Castellana (1890 ca.) le copie dei quali sono state esposte in piazza delle Cooperative in occasione di una conferenza a lui dedicata svoltasi il 7 dicembre 2019 con la presentazione del libro di Stefano Aloisi “Quelle dolci armonie della veneta tavolozza”.

Con le sue opere il D’Andrea si pone tra i più interessanti pittori veneti impegnati in quel filone storico-romantico così in auge alla metà del diciannovesimo secolo, nonché il maggiore tra i friulani dopo Odorico Politi, Michelangelo Grigoletti e Giuseppe Tominz. Artista del quale Rauscedo può andare assolutamente orgogliosa.

La mostra dedicata a Jacopo D’Andrea, 7 dicembre 2019

La “favola” di Rauscedo

Restiamo in questo palazzo, Villa D’Andrea. Guardiamo oltre e spostiamoci dall’altra parte della piazza in quel largo che fa angolo con via S. Giovanni, spiazzo asfaltato che è stato adibito a parcheggio e deposito dei rifiuti domestici, costruito nel luogo di una vecchia abitazione demolita nel 2009. Era la casa di Giuseppe Fornasier.

Sul muro di cinta ammiriamo gli striscioni appesi con i ritratti di Jacopo D’Andrea. Sulla parete della casa accanto, la casa di Giovanni Fornasier è appeso un quadro con la cornice di legno. Su di esso si legge:

100° anniversario primo innesto Rauscedo 1917-2017”.

Il numero “100” è raffigurato con le icone rappresentanti gli intagli della barbatella e con i colori delle tre cifre che rappresentano i colori delle bacche del vino: bianco, rosso e rosé. Il logo è opera del grafico e artista rauscedese Daniele D’Andrea.

In questo grande cerchio che racchiude la piazza del paese, tra Villa D’Andrea, la cooperativa di consumo e l’area commerciale situata dietro, nacque, ormai più di cento anni fa, quella che possiamo in maniera singolare chiamare la “favola” di Rauscedo.

Il quadro è stato inaugurato sabato 23 settembre 2017, in una bella mattinata di sole di fine estate e di inizio autunno, nella quale l’Associazione Radici del vino e il comune di San Giorgio della Richinvelda hanno organizzato un convegno a Villa D’Andrea per celebrare il centenario del primo innesto della “barbatella di Rauscedo” avvenuto tra il 1917 e il 1918 a Rauscedo e proprio nella ex Villa dei conti Stella.

100° anniversario del primo innesto, Rauscedo 23 settembre 2017

Il convegno è stato diretto da Domenico Gottardo, presidente della benemerita associazione e moderato dal dottor Michele Leon, sindaco di San Giorgio della Richinvelda. Alla conferenza erano presenti autorità politiche e delle amministrazioni locali, personalità della cultura e delle istituzioni, rappresentanti dell’imprenditoria viti-vinicola e cooperativa locale, rappresentanti del mondo del volontariato e dell’associazionismo in genere. La finalità del convegno è stata la presentazione del logo al pubblico convenuto, ripercorrere brevemente la storia della nascita della barbatella a Rauscedo e della sua produzione sottolineando come essa abbia caratterizzato e influito in modo fondamentale, nei decenni a seguire, la storia sociale ed economica del paese di Rauscedo e anche dell’agricoltura friulana. E fu in questo convegno che fu per la prima volta presentato al pubblico convenuto l’Inno delle Radici del vino o Inno di San Giorgio della Richinvelda.

Come è noto alla maggior parte del pubblico Rauscedo è oggi leader mondiale nella produzione intensiva della vite da vino.

Gli studi e alle scoperte straordinarie nel campo dell’agricoltura avvenute nella seconda metà dell’Ottocento ad opera di Gabriele Luigi Pecile e Domenico Pecile di San Giorgio della Richinvelda, hanno profondamente segnato nel corso degli anni sia l’agricoltura sia lo sviluppo socio-economico del territorio friulano e italiano. Grazie a queste importanti innovazioni il territorio di San Giorgio della Richinvelda è stato riconosciuto quale terra delle “radici del vino” dalla cui intuizione è nato il logo comunale ed è stata istituita nel 2003 una giornata di memoria e approfondimento che ricorre nella seconda domenica di ottobre. Nel 2015 è stata successivamente fondata l’omonima associazione “Radici del vino”, diventando in seguito il secondo nome di “battesimo” del comune di San Giorgio della Richinvelda.

In questo interessante filone si inserisce anche la nascita e diffusione negli anni trenta del Novecento della “barbatella” di Rauscedo e la sua produzione in serie attraverso il vivaismo cooperativo. La “barbatella”, così denominata, è la piantina di vite (Vitis vinifera) dalla cui coltivazione nasce il vitigno e che viene ottenuta attraverso la tecnica dell’innesto tra le gemme di vite nostrana e il legno selvatico di ceppo americano. Il nome “barbatella” è un diminutivo di barbata e indica la caratteristica “barba” che formano le foglioline nella parte superiore della pianta.

La barbatella

Ma a Rauscedo quando, come e perché si è iniziato a coltivare questa piantina?

A Rauscedo circolarono molte versioni discordanti tra loro in merito all’origine di tale scoperta o intuizione ma esiste una che è ritenuta la più accreditata. Essa è contenuta in un memoriale scritto da Angelo D’Andrea (Ansulmuni) padre di Pietro D’Andrea proprietario della omonima villa di piazza Cooperative. Secondo tale ricostruzione fu proprio lo stesso Pietro D’Andrea a iniziare e sviluppare la produzione della vite secondo la tecnica dell’innesto.

Ma chi era Pietro D’Andrea?

Pietro era l’ufficiale di posta che svolgeva il suo servizio alle Poste di Domanins all’inizio del Novecento e che, terminato il lavoro, era solito dedicarsi al lavoro dei campi assieme al fratello Sante con il quale possedeva un vigneto.

Pietro D’Andrea

In quel periodo la coltivazione del vigneto stava affrontando un momento molto difficile a causa di un parassita estremamente nocivo che uccideva tutte le piante: la filossera. Tale agente infettivo aveva attecchito in tutti vitigni dell’Europa e dopo essere penetrato in Francia giunse anche in Italia dal Piemonte per poi minacciare anche la terra friulana. Bisognava perciò evitare che la filossera distruggesse i vigneti. Era stato constatato nei paesi vicini già nei primi decenni del Novecento (a Casarsa e a Cordenons) che le marze di vite innestate su legno di ceppo americano erano più resistenti all’azione dell’insetto rispetto al legno selvatico di matrice europea. In sintesi si stava già scoprendo la tecnica dell’innesto che viene utilizzata ancora oggi anche se con opportune modifiche.

Ma torniamo a Rauscedo e alla villa della famiglia D’Andrea. Era il 1917 e Pietro D’Andrea venne a conoscenza, probabilmente per sentito dire, della “virtù” del legno americano e iniziò a cimentarsi nell’innesto di tali piantine procedendo anzitutto per tentativi. Nel frattempo, l’ufficiale di posta si rivolse all’Ispettorato dell’agricoltura di Udine che stava preparando un vivaio di viti innestate nella vicina Casarsa. Pietro iniziò a sviluppare in proprio tale pratico fino ad ottenere un discreto risultato che lo indusse a continuare. In seguito, pensò di acquistare direttamente le piantine del selvatico (il mat in friulano) senza doversi rivolgere continuamente all’istituto udinese.

Il 1917 fu un anno drammatico per la Patria e il popolo. l’Italia si trovava in guerra contro gli imperi asburgico e tedesco in un conflitto che si combatteva nelle trincee sui confini con l’Austria-Ungheria e quindi sulla dorsale carsica. Nell’ottobre di quell’anno a Caporetto, a est di Gorizia, si sfaldò il fronte italiano. L’esercito batté in ritirata e il fronte si spostò sul fiume Piave. Si verificarono numerosi casi di soldati italiani che si sbandarono e trovarono rifugio nelle case o nelle stalle dei contadini. Così alcuni di loro nella ritirata dal Carso giunsero a Rauscedo e anche a casa di Pietro dove fu ospitato, nei primi giorni di novembre, un caporale veneto che di cognome faceva Sartori. Per un fortunato caso della sorte, il Sartori (di cui la famiglia D’Andrea non ricordò più il nome) lavorava all’Ispettorato dell’agricoltura di Padova. Rifugiato in casa o nella stanza di lavoro dei contadini, il giovane soldato aveva notato il materiale per gli innesti e ne approfittò per dare a Pietro i suoi utili consigli. La permanenza in casa di questo giovane fu preziosa per Pietro. Incoraggiato dal Sartori, Pietro proseguì i suoi esperimenti e nel giro di pochi anni intraprese una vera e propria attività che trasmise anche ad altre famiglie del paese.

Questa è la versione ufficiale su come a Rauscedo si cominciò a produrre e coltivare la “barbatella”. Non sono invece attendibili altre versioni che non trovano riscontro nella realtà come quella che afferma che un piemontese giunse a Rauscedo in quel periodo travagliato e insegnò ai contadini come coltivare la piantina di vite.

Una ricostruzione del primo innesto presentata a Rauscedo nel 2008 in occasione del 75° anniversario dei Vivai Cooperativi

La tecnica dell’innesto, così come viene effettuata oggi, fu scoperta già nei dintorni di Rauscedo prima del 1917. L’iniziativa e le intuizioni di Pietro D’Andrea, con l’aiuto del caporale Sartori, contribuirono però ad affinare determinate pratiche già particolarmente note.

A Rauscedo va attribuito il merito di aver sviluppato al meglio la pratica al banco, affinando le capacità di produzione e di averla estesa a una gran parte delle famiglie del paese, portando, col passare degli anni, alla nascita di una organizzatissima società vivaistica: I Vivai Cooperativi Rauscedo (1933), organismo cooperativo, mutualistico e famigliare ancora oggi unico al mondo.

La barbatella e il vivaismo cooperativo: i Vivai Cooperativi Rauscedo

Al termine della Grande Guerra, Pietro D’Andrea incrementò la produzione delle barbatelle secondo le indicazioni dall’Ispettorato dell’agricoltura di Udine e grazie anche ai materiali che gli vennero via via forniti.

Con gli anni venti, la pratica dell’innesto si diffuse anche ad altri contadini e ad altre famiglie di Rauscedo. Ma alla fine del decennio si verificò una concorrenza sfrenata fra i produttori di barbatelle e quindi si cominciò a pensare di regolamentare l’attività della ormai folta schiera dei “vivaisti”, i produttori intensivi della pianta da vite orientati oramai alla commercializzazione su una scala quasi industriale del prodotto.

A tale scopo nacque nel 1931 la società di fatto “Vivai Cooperativi Rauscedo” fondata e diretta dallo stesso Pietro D’Andrea. La società si prefiggeva il compito di riunire in una società cooperativa tutti i produttori di barbatelle di Rauscedo e indirizzarli, secondo regole unitarie, alla produzione delle barbatelle, alla vendita del prodotto, alla mutua assistenza tra i soci, alla gestione diretta dei terreni destinati alla produzione del legno selvatico americano, il “mat”.

L’impulso alla cooperazione fu dato anche dallo stesso Ispettorato dell’agricoltura udinese. Gli aderenti furono scelti tra i soci della latteria che all’epoca aveva sede in via della chiesa. Fu proprio lì che venne istituita la prima sede dei Vivai Cooperativi il 15 febbraio 1933. Società de jure: i Vivai Cooperativi Rauscedo con 89 soci e primo presidente Luigi Basso fu Pietro.

La seconda sede fu la Villa D’Agostinis e la terza fu costruita nel 1937 e sistemata nell’edificio che attualmente ospita la cooperativa di consumo e dove si può ancora leggere sul muro la scritta “Vivai Cooperativi” conservata ancora come un tempo.

La sede amministrativa e tecnica era sorta accanto alla villa di Sante D’Andrea fratello di Pietro mentre nel cortile antistante la villa di Pietro D’Andrea furono innestate le prime barbatelle, a ridosso del muro dell’osteria della piazza. Il magazzino dei fasci del selvatico e delle barbatelle era stato invece sistemato in un lungo edificio alla sinistra della direzione, quello che oggi corrisponde al piccolo “centro commerciale” di Rauscedo ove troviamo la banca, la macelleria, il salone della parrucchiera e altri uffici di libere professioni.

La cooperativa di consumo in piazza delle Cooperative oggi, vecchia sede dei V.C.R dal 1937 al 1968

La quarta sede, l’attuale, è in fondo alla via Udine. Dalla piazza proseguiamo diritti percorrendo la via Udine per circa cinquecento metri. Sulla sinistra, vediamo giganteggiare la sede dei Vivai, esattamente difronte all’incrocio che la via forma con la provinciale del Sile SP6 e che, provenendo dalla via Belvedere di Domanins porta al capoluogo San Giorgio. Questo immenso edificio, costituito dalla sede direttiva e amministrativa con il magazzino posto subito dietro, fu inaugurato nel 1968, acquistando i terreni di proprietà della famiglia Crovato. Il capannone con i vari settori di lavoro, di smistamento del materiale e di conservazione delle piantine fino alla loro partenza fu ampliato in seguito alla crescita della domanda e della produzione.

L’attuale sede dei Vivai Cooperativi Rauscedo costruita nel 1968

Oggi i Vivai Cooperativi Rauscedo sono una realtà che opera a livello mondiale. Dagli 89 soci del 1933 sono passati agli attuali 250 circa con cento milioni di barbatelle vendute. La produzione dei V.C.R. copre superfici che arrivano a qualche migliaio di ettari di terreno di vivai, di talee, di vigneti e di cloni selezionati.

Determinanti per la crescita economica furono le innovazioni tecnologiche che si sono susseguite nel corso degli anni. Le potenzialità produttive e le esigenze tecniche e commerciali resero necessaria l’assunzione di un dottore agronomo in proprio. Fino agli anni cinquanta la parte tecnica era seguita a cura dell’ispettorato all’agricoltura provinciale e dai tecnici del Consorzio per la viticoltura e l’enologia di Udine.

Nel 1960 giunse a Rauscedo il dottor Ruggero Forti fungente da direttore tecnico e commerciale. Da quel momento in poi l’attività vivaistica assunse un’importanza preminente. In paese si cominciarono a costruire le prime stanze di forzatura da adibire alla specifica attività e comparve grazie ad un progetto di Leandro Fornasier, la prima macchina innestatrice, peraltro ancora attuale “la Celerina”; la “211 Fiat – la cosiddetta “piccola” – fece parte del paesaggio di ogni cortile di Rauscedo. Inoltre, i soci Elia Fornasier e Mario D’Andrea idearono e realizzarono l’aratro per lo sterro delle barbatelle che semplificò e alleviò le fatiche di decine di braccia.

Con gli anni sessanta le innovazioni tecnologiche si moltiplicarono incidendo profondamente sulla produzione e sulla qualità di vita degli associati e delle loro famiglie. Si passò dall’innesto a coltello alla prima Celerina, dall’Omega alla Celerina plus; dal trapianto con la copertura “a ciglione”, alla paraffina e alla pacciamatura che hanno permesso le grandi produzioni attuali; dalla conservazione dei materiali negli scantinati a moderne e capienti strutture frigo.

I V.C.R. consolidarono le loro posizioni di leader del mercato vivaistico-viticolo e si trovarono a competere con i più qualificati produttori d’Italia guadagnando la fiducia di molti viticoltori grazie ad una qualità sempre superiore ma anche grazie alla serietà, all’assortimento delle varietà e dei portainnesti e ai servizi che la loro organizzazione riusciva a dare ormai in tutta Italia e successivamente anche all’estero.

Con gli anni ottanta i V.C.R. cominciano ad acquisire delle partnership importanti, prima in Spagna, poi negli U.S.A., in Australia e in Francia.

Nel 1983, per le celebrazioni del 50° anniversario è stato innalzato sul piazzale anteriore della sede V.C.R. il monumento ai padri fondatori, opera dello scultore Celiberti. Dall’esperienza della V.C.R. sono sorte altre realtà cooperativistiche legate alla vite e al vino: la Cantina Sociale nel 1951, il Centro Sperimentale Casa 40, inaugurato nel 1972, che dal 2019 prende il nome di V.C.R. Research Center.

Altre cooperative sono state: La Stalla Sociale fra vivaisti dal 1965, la Friulkiwi dal 1984, la Cooperativa di consumo nata nel 1949 per la vendita di alimentari la quale comprendeva fino al 1995 anche l’esercizio commerciale con bar e tabacchi, l’associazione sportiva calcistica V.C.R. dal 1956.

Con gli anni settanta fino ad arrivare ad oggi, a Rauscedo nacquero altre realtà imprenditoriali vivaistico-viticole distaccatesi dai Vivai Cooperativi Rauscedo: i Vivai Marchi, la Vivaistica D’Andrea, la Vitis Rauscedo, Dea Barbatelle, Vivaistica Rauscedo e altre minori.

La Cantina Sociale Rauscedo

A poco più di duecento metri dalla sede dei Vivai Cooperativi si trova la Cantina Sociale Rauscedo. La si può raggiungere comodamente a piedi transitando sullo stesso lato della strada e si passa l’incrocio rotatoria con al centro l’aiuola stradale che accoglie il visitatore esterno con il marchio territoriale del vigneto.

Posiamo l’occhio sulla seconda aiuola, più piccola, e notiamo la Pietra del Belvedere l’indicatore stradaleche illustra al viaggiatore il paese di Domanins che si raggiunge proseguendo diritti su via del Sile-Belvedere e Rauscedo che si entra girando a destra per via Udine.

Noi rimaniamo sul bordo sinistro si giunge alla imponente struttura di una cooperativa sociale rinomatissima in tutto il Friuli Venezia Giulia.

La Cantina Sociale Rauscedo, 2021

La Cantina di Rauscedo nacque il 4 agosto 1951 per volontà di centrotrenta soci che si costituirono allo scopo di autogestirsi al fine di difendere gli interessi dei viticoltori locali e garantire l’equa remunerazione del prodotto. La società è stata inaugurata il 15 settembre con la costruzione della prima ala dell’edificio dopo la prima vendemmia del giorno 4. Il giorno 20 invece ci fu la prima pigiatura. Fondatore e presidente fu, il già menzionato, Elia Crovato, classe 1892, cavaliere di Vittorio Veneto, fu commissario prefettizio e podestà di San Giorgio della Richinvelda dal 1931 al 1945 e titolare dell’azienda di famiglia Fornaci Crovato SpA. Elia Crovato fu presidente della cooperativa dal 1951 al 1969. In suo onore, durante le celebrazioni del sessantesimo anniversario di fondazione, è stato dedicato il nuovo vino Elia, un prodotto che nasce “dall’incontro del clima caldo delle terre brulle e sassose a nord di Rauscedo con le correnti d’aria del Meduna e del Tagliamento”.

Da allora, in più di settant’anni di storia la Cantina Rauscedo produce oggi centomila ettolitri annui di vino, su seicentocinquanta ettari di vigneto, grazie al conferimento delle uve di quasi quattrocentocinquanta soci provenienti da Rauscedo e da molti paesi e comuni vicini: San Giorgio della Richinvelda, San Martino al Tagliamento, Valvasone Arzene, Vivaro, Zoppola, Cordenons, San Quirino, Spilimbergo, Maniago e Codroipo dove, in quest’ultimo, dal 2014 è stata aperta una filiale accanto a tanti altri punti vendita.

Il V.C.R. Research Center (già Centro Sperimentale Casa 40)

Ora spostiamoci all’altro angolo del paese, nella parte più a nord della nuova Rauscedo che stiamo visitando.

Ritorniamo indietro verso il paese, verso via Udine dove la Pietra del Belvedere ci indica. Poco prima di giungere ai Vivai Cooperativi voltiamo a destra imboccando la via dedicata al poeta friulano Pietro Zorutti. Costeggiamo i magazzini dei Vivai che si trovano alla nostra sinistra e proseguiamo diritti. Alla biforcazione con via Divisione Julia continuiamo a sinistra per via Zorutti e giungiamo fino in fondo alla strada, lasciando a destra la centrale dell’energia elettrica e la sede dei Vivai Marchi. Arriviamo all’incrocio con via Cjampagnatis dove la strada forma un leggero dosso. Giriamo a sinistra in questa strada che costeggia un torrente e proseguiamo fino all’incrocio successivo. A destra troviamo un vecchio casello del Consorzio di Bonifica Cellina-Meduna. Ci immettiamo nella via Rio Lino, che prende il nome dal torrente, e giriamo ancora a sinistra, poi subito a destra attraversando un ponticello costruito sopra il fiumiciattolo.

Il totem dedicato al dottor Ruggero Forti

Attraversato il piccolo ponte colpisce subito il nostro sguardo un “totem” illustrativo dedicato ad un certo personaggio: il dottor Ruggero Forti. Chi era costui?

Il dottor Forti è stato direttore tecnico dei V.C.R. dal 1960 al 1984 fatta eccezione per una breve parentesi nel biennio 1976-77. Ruggero nacque a Venezia nel 1933. Egli si laureò in Scienze Agrarie alla Facoltà università di Padova nel 1957 con una tesi in viticoltura. Il suo curriculum professionale dalla prima esperienza a Conegliano e poi al suo approdo a Rauscedo fanno di lui uno dei padri della viticoltura e della selezione sperimentale dei cloni. Morì a Spilimbergo nel 2015.

Erano gli anni sessanta e il boom industriale ed economico stava galoppando in Italia perciò, anche l’agricoltura e il settore vivaistico-viticolo dovevano adeguarsi. Il dottor Forti sviluppò l’organizzazione commerciale dei Vivai Cooperativi e introdusse nuove varietà di barbatelle, spostandosi e muovendosi personalmente per conoscere, ascoltare e imparare com’era fatto il mondo agricolo e il territorio friulano e nel resto d’Italia.

Tale località prese il nome di “Casa 40” fino al novembre 2020 quando l’amministrazione comunale pensò di intitolare questa strada al dottor Ruggero Forti.

Ma perché si chiamava Casa 40? Le spiegazioni delle origini dei nomi sono sempre interessante. Il nome Casa 40 si intreccia con la guerra e con la storia di una fattoria. Era il 1939 e a Provesano, frazione vicina a Rauscedo, il signor Mario Bertazzo, che lavorava presso l’azienda del dottor Giulio Barbaro, deteneva una grande somma di denaro che apparteneva al suo padrone e che in quel periodo esso si trovava in Egitto. L’anno successivo, il 1940, l’Italia entrò in guerra contro Francia e Gran Bretagna e il paese africano essendo colonia inglese considerava nemico ogni italiano. Il dottor Barbaro rimase purtroppo prigioniero del governo della Regina.

Il povero Mario non ricevette più notizie del suo fattore perciò pensò bene di investire il denaro che si era ritrovato in casa. Decise quindi di acquistare un terreno di 40 campi e di fabbricare una casa. La casa era una grande abitazione a due piani, completa di cucina e sala da pranzo, con tre camere al piano superiore e provvista di cantina. Al piano terra fece costruire una stalla e un porcile. I mattoni per la costruzione provenivano dalle fornaci di Pasiano e i serramenti da un artigiano di Provesano un tale “Toni Ost”.

Per il fatto che la casa fu costruita nel 1940 e disponeva di 40 ettari di terreno attorno a sé fu appunto chiamata, dal fittavolo Mario Bertazzo, Casa 40.

Il vecchio stabile di Casa 40

Il dinamico e preparato agronomo veneziano rimase nella storia di Rauscedo principalmente per aver investito nella ricerca. La ricerca nella coltivazione della barbatella significa creazioni di cloni sperimentali per nuove varietà di viti e di prodotti vinicoli. Da questo sforzo personale e collettivo che riguardò i soci V.C.R. nacque nel 1972, per merito e iniziativa di Ruggero Forti, il Centro Sperimentale Casa 40, il cui complesso si trova tuttora su questa strada a poco più di due chilometri dalla sede cooperativistica.

Fu negli anni 1965-‘67 che Forti si adoperò per la realizzazione di questa azienda sperimentale dove mise a dimora nel vigneto sperimentale tutte le varietà di uva prodotte in Italia e ne attuò le relative microvinificazioni al fine di poter degustare e capire le peculiarità di ogni varietà e dei relativi cloni. I vivaisti cominciarono a muovere i propri passi e nel 1969 realizzò i primi 52 cloni firmati V.C.R. Nel 1972, fu inaugurata la sede con trenta ettari di vigneto.

V.C.R. Research Center, 2019

A fianco del vecchio centro sperimentale è stato costruito nel 2019 un nuovo e più grande fabbricato il V.C.R. Research Center, su quella strada che in fondo porta verso le campagne di Tauriano di Spilimbergo.

Il Vin di Uchi e l’Agriturismo Tina

Verso Spilimbergo, nel bel mezzo dei campi proseguendo per cinquecento metri, alla nostra sinistra troviamo l’Agriturismo Tina. Siamo nella zona dei Pascus ossia le Case Pascutto dal nome della vecchia famiglia di proprietari delle terre di questa zona.

L’azienda prende il nome dalla bisnonna Faustina, detta Tina. Questo è anche il soprannome con cui è conosciuta la famiglia: “chei di Tina” (quelli di Tina, inteso come famiglia). L’azienda è situata in aperta campagna e ha una superficie di venti ettari in cui si coltivano l’actinidia, i meli, la vite, il mais e la soia; sono presenti delle aree a bosco, tra cui un parco botanico con 50 specie di alberi e arbusti autoctoni e un frutteto con alberi da frutto spontanei e delle aree a pascolo per le oche, le anatre e i polli che vengono allevati. Gli animali sono liberi di muoversi nei pascoli presenti e solo quando hanno raggiunto la giusta maturità vengono macellati e lavorati in azienda in appositi laboratori e venduti al pubblico i salumi prodotti.

L’Agriturismo Tina

Il salame di oca e di anatra è ottenuto con le loro carni dall’aggiunta di pancetta di maiale per garantirne la giusta morbidezza e conservazione. Dalle carni del petto, dopo alcuni giorni di salatura e un periodo di stagionatura, si ottiene il petto di oca e di anatra o il petto affumicato e dalle cosce il prosciutto.

Il Vin di Uchì. Tra le produzioni autoctone, maggiormente legate al territorio, che la viticoltura friulana sta rivalutando, vi sono tre antiche varietà a bacca rossa ritrovate nel comprensorio di Rauscedo: Palomba, Cordenossa e Refosco Rauscedo (detto anche Gentile), che, unite secondo una storica ricetta, danno origine al vino “Uchì”, che il Comune di San Giorgio della Richinvelda desidera riportare alla luce quale strumento per la caratterizzazione e la valorizzazione del territorio.

L’azienda è inoltre sede di due associazioni sportive amatoriali: il San Giorgio Fighter’s Camp che organizza lotta olimpica, difesa personale, M.M.A., preparazione atletica in tutti gli sport e il JL Ranch che tiene corsi e lezioni di equitazione, attività di trekking a cavallo.

La Friulkiwi

Ora ritorniamo indietro, attraversiamo di nuovo il ponticello sul rio Lino e questa volta giriamo a destra. Poco più avanti incontriamo un lungo fabbricato sulla nostra destra: la Friulkiwi Rauscedo.

La cooperativa dei Produttori di Actinidia del Friuli Venezia Giulia a Rauscedo nacque nel 1984 fondata con atto notarile il giorno 16 maggio. Socio fondatore e consigliere fu Volpe Luigi. La società era composta inizialmente da dodici soci di Rauscedo, Domanins e di altri paesi limitrofi. La superficie coltivata ad Actinidia era alle origini di 50 ettari.

La cooperativa ha per scopo la conservazione e commercializzazione dell’Actinidia. Il prodotto viene conferito alla cooperativa dove vengono eseguite tutte quelle operazioni necessarie prima di immetterlo sul mercato. Viene selezionato, calibrato e confezionato per poi essere venduto sia sul mercato italiano che quello estero. Questo prodotto è nuovo, perciò lo scopo della cooperativa è anche quello di diffonderne la coltivazione per poter formare una immagine del prodotto salvaguardando la qualità e il prestigio del marchio che la cooperativa ha sempre voluto creare.

La Stalla sociale fra vivaisti

Lasciamo la Friulkiwi e poco più avanti giriamo a sinistra imboccando via Poligono. Rientriamo perciò nell’abitato di Rauscedo. Subito alla nostra sinistra si trova la Stalla sociale. Fondata nel 1965, la stalla ora possiede 400 capi di bestiame con oltre 200 mucche da latte.

La Stalla Sociale fra vivaisti in via Poligono

Proseguiamo ora per via Poligono per ricongiungerci con piazza delle Cooperative.

La via Poligono è la strada più lunga della nuova Rauscedo. Le abitazioni costruite negli anni del dopoguerra hanno creato una serie di strade laterali che sembrano amplificare il territorio e creare quasi nuovi angoli e piccoli borghi. Due strade sono diventate pubbliche: via Guglielmo Marconi che si stacca e si riattacca a via Poligono all’altezza del centro commerciale; via Erbai che affianca l’acquedotto; tante sono le stradine private, ancora sterrate e piccole che zigzagando sembrano cunicoli che ti portano nel mezzo delle case per farti scoprire altre case ancora, come si può notare dietro la Scuola dell’Infanzia.

Come già detto all’inizio del viaggio, Rauscedo è l’unica frazione di San Giorgio della Richinvelda ad aver aumentato nel corso di un secolo la propria estensione urbana fin quasi a triplicarsi.

In questa lunga arteria che compone questo ricco e dinamico paese ci soffermiamo su due luoghi importanti della sua storia: l’acquedotto e la Scuola dell’Infanzia.

L’acquedotto

A metà tratto della via Poligono si trova, sulla destra per chi proviene da nord, l’acquedotto.

La storia dell’acquedotto è narrata nell’edizione dell’anno 2000 del bollettino parrocchiale di Rauscedo e Domanins nell’articolo L’Acqua a Rauscedo nel tempo. A Rauscedo esistevano negli anni passati due importanti fonti di approvvigionamento idrico.

La prima era il pozzo presente presso la chiesa parrocchiale, non disponendo purtroppo dell’anno di costruzione, forse risalente ai primi anni del secolo scorso. Questa fonte d’acqua funzionava negli ultimi anni come fontana. Vicino al cimitero c’era un altro pozzo ma solo per uso privato con concessione ad alcune famiglie del circondario e di proprietà di una famiglia del Borg.

La seconda fonte era il ruscello denominato la Roiuzza che partiva dal torrente Meduna nei pressi di Sequals e che, attraversando i prati e le campagne, giungeva a Rauscedo e proseguiva fino a via Borgo Meduna e alle prime case della Selva di Domanins. Questo corso d’acqua ormai scomparso seguiva il percorso lungo il quale è situato il lavatoio di via Poligono. E’ ancora vivo nella memoria collettiva il disagio provocato dal gelo: il Parroco faceva suonare le campane e gli uomini erano costretti a risalire il percorso per rompere il ghiaccio.

Al fine di migliorare questa situazione fu realizzato un progetto di tubazione con pozzetti, in cui l’acqua arrivava da sottoterra e perciò non gelava. Sorse però qualche problema sia di pulizia dell’acqua che di sicurezza, in quanto i pozzetti erano profondi e senza grate e provocarono la morte di due bambini e altre persone furono salvate appena in tempo.

Dai ricordi – all’epoca prima dell’ultima guerra – sappiamo che tutte e due le fonti di acqua ebbero periodi di siccità tanto che le donne del paese furono costrette ad andare ad attingere l’acqua presso il pozzo di Domanins.

Le donne usavano dire:

Signor mandait la ploia se no tulini nu; Diu ni vuordi da un sut tra li madonis di avost e settembre“.

Il reperimento dell’acqua dal pozzo di Domanins avveniva a piedi portando in spalla con il bilanciere di legno e i secchi di rame. Verso la fine degli anni quaranta, il Consorzio di Bonifica Cellina-Meduna realizzò delle canalizzazioni a scopo irriguo e la cui acqua poteva essere usata anche a scopo domestico.

Successivamente nel biennio 1956-57 fu costruito un pozzo nel cortile della scuola materna il cui rubinetto fu posto difronte nei pressi del magazzino dei Vivai Cooperativi. La sera, la gioventù di Rauscedo si recava al pozzo per lavare le pentole e per portare l’acqua a casa.

Si giunse al 1959, anno nel quale cominciarono i lavori di costruzione di un acquedotto. Il punto esatto di costruzione dei due pozzi e della colonna base che lo compongono fu individuato dalla rabdomante Luigia Marchi Pighin di Domanins in base alla posizione della falda acquifera segnalata per mezzo di una verga biforcuta e grazie alle sue facoltà divinatorie. I lavori si protrassero per due anni ad opera dell’impresa Rizzati di Udine su progetto redatto e diretto dall’ingegner Zannier di Spilimbergo. Furono così tracciati i percorsi e collocate le tubazioni nel terreno per le abitazioni di Rauscedo e Domanins.

Nel 1962 fu finalmente inaugurata questa nuova e imponente struttura con tanto di benedizione da parte di monsignor Vittorio De Zanche, vescovo di Concordia. Il momento più bello fu quando, nell’inverno del 1961, quasi tutta la popolazione si riversò davanti all’acquedotto per assistere alle prime prove di pompaggio con la fuoriuscita dell’acqua. E da allora le frazioni di Domanins e Rauscedo ricevevano l’acqua condotta nelle proprie case.

Il piccolo capitello mariano di via Marconi

La Scuola dell’Infanzia “Immacolata Concezione”

La via Poligono prosegue fino all’incrocio di piazza Cooperative con via Udine. Prima dell’incrocio ci sono due importanti strutture.

Sulla sinistra, nell’edificio dei vecchi magazzini dei Vivai Cooperativi ora c’è una parrucchiera, una filiale della Friulovest Banca, uno studio dentistico, una macelleria e al piano superiore altre attività. In questo largo, quasi una piazzetta, si teneva la sagra del paese e la domenica fino agli inizi degli anni novanta i vecchi erano soliti giocare qui a bocce.

Il centro commerciale

Esattamente difronte, dall’altro della strada vi è il magazzino della Cooperativa di consumo e alla destra, separato da una stradina privata che porta alla casa di Sante D’Andrea di Ansulmuni, sorge l’area della Scuola Materna, la Scuola dell’Infanzia “Immacolata Concezione”, nel cui giardino è presente la chiesetta della Beata Vergine del Carmelo e difronte alla scuola è stata edificata una grotta dedicata alla Madonna del Carmine (o del Carmelo).

La Scuola dell’Infanzia “Immacolata Concezione”

La scuola materna, il suo intero cortile con il giardino dedicato ai giochi per i bambini posto sul retro è stata frutto di una donazione.

Nel 1953 i fratelli Luigi e Silvio Fornasier donarono l’immobile e l’area di quasi cinquemila metri quadrati alla chiesa curaziale di Santa Maria e San Giuseppe di Rauscedo. L’abitazione rurale era costituita da tre piani con annesso solaio. L’atto di donazione porta la data del 24 marzo. L’edificio ospitava la residenza delle suore con le camere, la cucina, la mensa e le aule per i bambini. Sin dal 1954, inizio delle attività di scuola materna, l’asilo di Rauscedo fu retto dalle Suore Francescane Missionarie del Sacro Cuore.

Nel 1974, in seguito all’incremento demografico e al conseguente aumento dei bambini iscritti, fu costruita la parte nuova, un lungo fabbricato limitato al solo piano terra con le aule per i bimbi suddivisi in grandi, medi e piccoli, un dormitorio e altre stanze. Negli anni successivi il dormitorio è stato suddiviso in due vani, di cui uno fungeva sempre da dormitorio mentre l’altro era stato adibito ad aula per riunioni di catechismo, dell’Azione Cattolica e poi sede della Corale. Nel 1975, un decreto di Monsignor Abramo Freschi elevò formalmente l’asilo di Rauscedo a “Ente giuridico Scuola Materna dell’Immacolata Concezione”.

Accanto all’asilo si trova la chiesetta della Beata Vergine del Carmelo (la chiesetta dell’asilo), essa fu costruita nel 1967 per iniziativa di Venanzio Fornasier e con il contributo della popolazione.

La terza struttura della scuola è una grotta dedicata alla Madonna del Carmine (o del Carmelo). Nel cortile attiguo si svolge la processione religiosa la sera del 16 luglio o nel sabato sera più prossimo.

Le sedi delle associazioni: la vecchia Scuola Elementare “G. Pascoli” e il centro sportivo

L’Associazione Sportiva Dilettantistica Vivai Cooperativi Rauscedo

Arrivati in fondo alla via, voltiamo a sinistra e imbocchiamo nuovamente via Udine. Proseguiamo quindi per la stessa strada che ci aveva portato fino ai Vivai Cooperativi, ma ci fermiamo un po’ prima. A circa metà della via, abbiamo sulla destra l’ambulatorio medico e subito dopo il campo sportivo “Cagnusa”, campo da gioco dell’Associazione Sportiva Dilettantistica Vivai Cooperativi Rauscedo (A.S.D.V.C.R.).

Il campo sportivo dell’A.S.D.V.C.R. “Cagnusa”

Quest’ultima area è composta dal campo da calcio con tribuna, da due campetti di sfogo e una zona pavimentata che un tempo era un campo da tennis; infine, c’è l’edificio della sede dell’associazione.

La società calcistica rauscedese nacque ufficialmente nel 1946 riconosciuta dalla F.I.G.C.

Il gioco del calcio, del football inglese,a Rauscedo prese corpo già dagli anni venti dove abbiamo notizie del gruppo Calcio Rauscedo dal profilo e dall’organizzazione puramente amatoriale. Negli anni trenta fu creato il raggruppamento Dopolavoro Domanins-Rauscedo realizzato e promosso dal regime fascista.

L’iscrizione alla Federazione Italiana Giuoco Calcio avvenne solo dopo la seconda guerra mondiale. L’associazione calcistica nacque autonoma dai Vivai Cooperativi anche se ne potevano far parte solo i soci. La V.C.R. era il loro unico e grande sponsor.

Il primo campo da gioco ufficiale era collocato nell’area verde del mulino nel territorio di Domanins.

Verso la fine degli anni cinquanta l’associazione sportiva stava cercando un luogo più ampio e idoneo per collocarvi il campo da calcio ed edificarvi la propria sede sociale. Il presidente dell’epoca era Gino Fornasier “Cagnusa” si era rivolto ai Vivai Cooperativi per chiedere l’acquisto di un terreno sito a est del paese dove in un luogo ancora isolato dal centro con poche abitazioni sparse ma pur sempre più vicino al paese rispetto ad altre zone. I Vivai sembravano riluttanti ad accettare questa proposta e allora Gino si impose e disse: “Lo compro io!”. Gino Fornasier acquistò il terreno e ne fece un campo sportivo con sede, spogliatoi e campi da gioco, donandolo all’associazione sportiva V.C.R. in perpetuo. E da allora fino a oggi la sede de “La Sportiva”, come viene chiamata, è in via Udine 32.

Attivi dal 1946 ad oggi (con una breve parentesi tra il ’60 e il ’64) i Vivai Rauscedo disputarono i campionati del calcio dilettante prevalentemente di Prima e Seconda Categoria, un campionato di Eccellenza, otto campionati di promozione e uno di Terza Categoria, classificandosi al primo posto per cinque stagioni.

Uno dei risultati più brillanti fu raggiunto nel 1971 con la partecipazione alla Coppa Italia e al superamento del turno contro il Calvi-Noale, squadra militante in una categoria superiore, e l’incontro successivo con una squadra di serie C2.

Tra le file dei vivaisti nacquero molti campioni sportivi che fecero preziose esperienze in squadre del calcio professionista di massima serie, italiana e anche straniera: Acireale, Servette, Trento, Udinese, Pordenone, Triestina, Atalanta.

Il campo è normalmente utilizzato anche per scopi amatoriali. Dal 2005 si disputa il Torneo sportivo “Dai un calcio alla povertà“. Nelle prime edizioni era stato denominato “Dai un calcio alla povertà in Brasile” e in quell’occasione si disputano tornei di calcetto e di green volley nelle strutture del campo sportivo.

La sede culturale

La sede delle associazioni di via Udine

Difronte c’è l’edificio che raggruppa le principali associazioni del paese. Vera e propria “sede culturale” ospita i donatori di sangue A.F.D.S. della sezione Aziendale Vivai Rauscedo la cui sezione si costituì il 13 luglio 1969 staccandosi dalla sezione comunale di San Giorgio con primo presidente Gino Leon.

E’ sede della Corale di cui abbiamo già parlato, i cacciatori del Gruppo Richinvelda; l’Associazione Regionale Club Alcolisti in Trattamento e Club Alcologici Territoriali del Friuli Venezia Giulia, club n. 328 Il sorriso, il Motoclub Richinvelda.

Si trova qui anche la sede della Biblioteca del vino inaugurata il 13 aprile 2019. E’ stata creata dall’Associazione Radici del Vino e fortemente voluta dall’amministrazione comunale di San Giorgio della Richinvelda assieme alla sezione di Pordenone dell’Organizzazione nazionale assaggiatori di vino (O.N.A.V.) ove qui ha preso sede. L’Associazione ornitologica Beato Bertrando ha invece sede in una stanza al piano superiore della Cooperativa Crai in piazza delle cooperative.

La biblioteca del vino è aperta ogni secondo e quarto sabato del mese (dalle 10 alle 12.30), mette a disposizione un patrimonio librario di seicento pubblicazioni tra guide, volumi monografici, presentazioni regionali, descrizioni tecniche e documenti in continua implementazione. La struttura è pensata per accogliere e fornire un servizio di prestiti per tutte le persone interessate al mondo del vino e della viticoltura, un modo per accrescere la propria formazione e soddisfare le curiosità consultando i diversi volumi disponibili.

E’ qui che la rassegna viti-vinicola e culturale “Radici del vino” ha il proprio centro. Dal 2013 si svolge qui a Rauscedo la seconda domenica di ottobre, spostando la propria sede dalla Villa Pecile di San Giorgio.

La ex Scuola Elementare G. Pascoli

Questo edificio era la vecchia Scuola Elementare per le classi dalla prima alla sesta degli alunni di Rauscedo e Domanins, le quali variarono a seconda dei diversi periodi. Anche per questa istituzione ricaviamo la sua storia dal bollettino parrocchiale di Rauscedo e Domanins Voce Amica, volumetto prezioso che custodisce la storia e la cronistoria dei due paesi.

Quando la scuola intitolata a “Giovanni Pascoli” fu inaugurata il 4 ottobre 1956, le classi erano molto numerose riuscendo ad avere sezioni maschili e femminili della stessa età. Fino al 1960 funzionò anche la classe sesta con alunni provenienti anche da Domanins; sempre nel 1960 alcuni ignoti perpetrarono un furto all’interno dell’edificio, cosa che si verificò anche nel 1964.

Fra gli insegnanti che sin dall’inizio esercitarono la loro opera a Rauscedo ci fu il maestro Antonio Moscheni e per un breve periodo anche Chiodi Orsolina oriunda di Rauscedo.

Tra le attività scolastiche del passato che più si ricordano sono: la Festa degli alberi, la recita natalizia alla quale erano invitati tutti i genitori, le proiezioni cinematografiche in particolare quelle fatte dal parroco di San Martino ai Tagliamento nel periodo in cui insegnava il maestro Eugenio Moretti.

Nell’anno scolastico 1963-64 all’interno dell’edificio si trovarono anche le aule della scuola media per le frazioni di Rauscedo e Domanins, dipendente da quella di San Giorgio dello Richinvelda. La Scuola Media funzionò fino all’apertura dei nuovo complesso nel capoluogo comunale. Voglio qui ricordare alcuni insegnanti di quel periodo: Salvino Lovisa, la signora Spanio di Domanins, Franco e Alberto Luchini di Aurava. Il professore Franco Luchini ottenne anche la carica di provveditore agli studi della Provincia di Pordenone e anche quella di Brescia.

Con l’introduzione del tempo pieno negli anni ottanta, che prolungò l’apertura della scuola sino a metà degli anni Novanta venne costruita anche la mensa scolastica. Purtroppo il decremento demografico ha comportato la diminuzione del numero degli alunni fino al punto di chiudere la scuola. Oggi la vecchia scuola elementare è utilizzata come seggio elettorale per le frazioni di Rauscedo e Domanins; la mensa fu invece utilizzata fino agli anni novanta per i dipendenti esterni dei Vivai Cooperativi; e infine, per le manifestazioni culturali e ricreative fino a diventare, a partire dagli anni duemila, la sede delle associazioni.

La leggenda di Rauscedo “piccolo paese di rara operosità”

Prima di lasciare Rauscedo per dirigersi verso il capoluogo comunale San Giorgio, mi sembra doveroso fare una considerazione su questo paese.

Rauscedo è indubbiamente unico nel suo genere. E’ stato giustamente definito “piccolo paese di rara operosità”. E l’operosità è sempre andata di pari passo con l’unità e l’affetto dei rauscedesi, di quelli che vivono in paese e di quelli sparsi nel mondo

Un tempo esisteva anche il sito internet http://www.rauscedo.org creato dal giovane Michele Leon nel 2007, dottore in Enologia, responsabile marketing della Cantina Rauscedo, volontario attivo nell’associazionismo e sindaco del comune di San Giorgio della Richinvelda dal 2013 al 2023. Il sito era nato con la speranza che possa diventare, fra l’altro, una specie di vetrina degli eventi e delle manifestazioni locali per diffonderne il programma e i contenuti, anche allo scopo di rafforzare i legami affettivi con i rauscedesi nel mondo. Nella speranza che il sito rauscedo.org diventasse un punto di riferimento per i compaesani, gli emigranti e per chiunque cercasse nella grande rete di internet informazioni sul paese dei vivaisti. E’ stato presentato nel mese di giugno dall’allora giovane studente al cinema Don Bosco davanti ad un folto pubblico di compaesani e alle autorità, accompagnato dalla Corale che ha cantato “Biel soreli” l’inno di Rauscedo.

Ma la più ricca e particolareggiata testimonianza su questo paese è riportata nel volume Ricordi giovanili di Rauscedo. Il paese delle barbatelle scritto da don Giovanni Basso sacerdote canadese originario di Rauscedo. Il libro è stato pubblicato e distribuito a cura della parrocchia nel settembre del 2005 e vale assolutamente la pena di leggerlo. In questa preziosissima opera, don Giovanni narra della “leggenda di Rauscedo”. Si tratta di un racconto di contenuto religioso e di carattere favolistico tramandato dai vecchi del paese, in particolare da un certo Giuseppe Basso (Puti Cin) e riportata appunto da don Giovanni nel suo libro.

La leggenda decanta, con il linguaggio semplice e figurato dell’animo contadino, l’amore per il lavoro, per la propria terra, per la famiglia e la devozione religiosa del popolo rauscedese.

Io la voglio riportare qui, in forma integrale:

Un giorno Nostro Signore si trovava di passaggio lungo il mare della Bassa Friulana assieme agli Apostoli. Era alquanto stanco dopo aver tanto predicato e camminato e voleva ritirarsi un po’ in disparte da solo per riposare e pregare. Così decise di lasciare gli Apostoli e d’andare su in montagna per qualche giorno. Di buon mattino si mette in marcia e su che va camminando lentamente, per ogni paese che passava incontrava della gente che lo salutava affabilmente con qualche parola d’augurio e chinando il capo. Passando per Rauscedo cosa c’è cosa non c’è, tutti erano talmente presi dal lavoro che non ebbero neppure il tempo di salutarlo. Arrivato sull’argine del Meduna, da dove si vede tutto il paese, invece di continuare per la strada si fermò e si voltò indietro dicendo: “Dalla nascita fino alla vecchiaia e dal mattino fino alla sera sarete sempre presi dal lavoro” e continuò per la sua strada. Passarono un po’ di giorni ed essendosi rimesso dalla fatica ecco che Nostro Signore si mise in cammino per ritornare in compagnia degli Apostoli. Arrivato sull’argine del Meduna prese la scorciatoia tanto per dare uno sguardo alle belle campagne di Rauscedo. Era di Domenica, verso le dieci e mezza del mattino e non vedeva proprio nessuno. Venne giù lungo l’argine del Meduna fino lì del “Casel” e poi si diresse verso il paese. Entrò in Chiesa, la corale cantava il Gloria, la Chiesa era piena, era il tempo della Messa “Grande”. Assistette alla Santa Messa e poi uscì con la gente, che, vestita da festa coi vestiti più belli e le scarpe lucide, lo sa lutava con un po’ di sorpresa e con il sorriso sul volto e così si diresse verso Domanins. Quando fu un po’ più in giù del “Glesiut” si voltò indietro e disse: “Tanto lavoro sì, ma anche tante benedizioni”. Poi continuò per la sua strada.”

Dopo questo splendido saggio di fantasia popolare e di attaccamento filiale alla terra madre, continuiamo anche noi per la nostra strada.

***

Abbandoniamo ora Rauscedo e ci dirigiamo vero nord-est: dalla via Udine proseguiamo per via del Sile; oltrepassiamo l’incrocio rotatorio dei V.C.R. e ci immettiamo sulla vecchia provinciale del Sile che sale dalla via Belvedere di Domanins; lasciamo la Cantina Sociale alla nostra sinistra e proseguiamo diritti sulla strada; incontriamo una curva a sinistra che ci porterà difronte al manufatto vivente più antico del territorio e che ci aprirà le porte di San Giorgio, per la nostra settima tappa.